COSTITUZIONE PER TUTTI / VALERIO ONIDA AI DUE PALAZZI

DIstrazione

ONIDALa voce di Valerio Onida (Presidente emerito della Corte Costituzionale) sussurra nel teatro dei Carcere Due Palazzi, Padova. Parla in confidenza, sembra un nonno tra nipoti,  gira spesso la testa a destra e a sinistra per guardare le persone sulle gradinate, cento detenuti, alcuni giovani magistrati, docenti di scuola superiore, volontari. L’incontro è stato organizzato dalla rivista “Ristretti Orizzoni”. Rivista è dire poco, dal momento che sotto l’ombrello Ristretti avvengono fatti e nascono testi importanti in questi anni di riflessione sul carcere, il rapporto con le vittime, la detenzione che ricade sulle famiglie. L’incontro verte sul senso della pena alla luce della Costituzione (artt. 1, 3 e soprattutto 27), soprattutto il senso dell’ergastolo. Dopo di lui il prof. Andrea Puggiotto (docente di Diritto Costituzionale, Giustizia Costituzionale, Università di Ferrara). Mi fermo per ora sulle  parole profonde, lente, a volte bisbigliate del Presidente: concetti forti e dirompenti, se imboccano la via della riflessione e tentata applicazione a livello politico o amministrativo. Gira attorno al senso della pena nella società, partendo dalla base: lo Stato deve difendere il cittadino e impedire il reiterarsi della colpa. L’art. 27 della Costituzione parla di rieducazione del detenuto: parola brutta che sa di regìmi, oggi sostituibile con “risocializzazione”. Non c’è una garanzia assoluta che sia possibile, come di nessuno sappiamo se domani sarà conforme alle regole. E il carcere è l’unica pena? Ma la società tutta scommette perché  crede che l’uomo  non  sia mai irrecuperabile: lo dice, non per ottimismo ma per convinzione: non c’è delinquenza per tendenza. Quindi il carcere non è vendetta è un interesse della società italiana, che (art. 1) si basa sul lavoro: di qui il lavoro come recupero della persona. La pena dunque serve se aiuta la persona a superare le condizioni della colpa.

MORIRE DI CELLA

Mio figlio è morto venerdì scorso, alle 17 di sera. L’ho sentito al telefono l’ultima volta il martedì precedente, mi disse che perdeva sangue dalla bocca quando tossiva. Si trovava nel Padiglione Avellino, nella cella 6, assieme ad altre 11 persone. Federico non doveva restare in carcere, ma essere ricoverato in ospedale: aveva bisogno di un trapianto di fegato ed era stato dichiarato incompatibile con la detenzione da due diversi rapporti clinici, stilati dei Dirigenti Sanitari delle carceri di Viterbo e Napoli Secondigliano. Invece da Secondigliano è stato trasferito a Poggioreale, dove le sue condizioni di salute si sono ulteriormente aggravate: sputava sangue, letteralmente, e chiedeva il ricovero disperatamente da almeno dieci giorni lamentando dolori lancinanti allo stomaco. Abbiamo appreso della sua morte tramite la lettera di un compagno di cella, con il quale Federico aveva stretto amicizia. Non sappiamo nemmeno dove sia morto, perché le versioni sono diverse: ci dicono che è morto nell’infermeria del carcere di Poggioreale, di attacco cardiaco e senza la possibilità di essere salvato con il defibrillatore… poi ci dicono che è morto in ambulanza… poi ancora che è morto prima di essere caricato in ambulanza… o addirittura in ospedale, e anche su questo ci hanno nominato più di una struttura possibile”.

Napoli: 34enne muore in carcere, “sputava sangue” da 10 giorni e non è stato curatoNessuna “trasparenza” del Dap sui decessi in cella, inapplicata la Circolare del 2011.La famiglia ha appreso la notizia solo grazie alla lettera di un compagno di detenzione.
Federico Perna, 34 anni, originario di Latina e detenuto nel carcere di Poggioreale (Napoli), l’8 novembre muore per “collasso cardiocircolatorio”. Il pm Pasquale Ucci, titolare dell’inchiesta, apre un fascicolo con l’ipotesi di reato di “omicidio colposo” e dispone l’autopsia, che si svolge oggi.
Nobila Scafuro, madre del giovane, denuncia.

GIUDECCA / DONNE / GIARDINO

Orto tra sbarreLE JARDIN DES MERVEILLES  2012 (52′)    Film documentario di Anush Hamsehian

Un orto “meraviglioso”, in un carcere diverso dagli altri, e una storia, ad intreccio, di donne e di ortaggi. Siamo alla Giudecca e il film, premiato al Festival “Filmer le travail” 2012 e prodotto dalla società francese Point du jour, ha per protagoniste le detenute del carcere femminile veneziano, riprese mentre interagiscono e si raccontano durante le pause del loro quotidiano lavoro. Alla regia, Anush Hamzehian, giovane regista padovano, madre italiana e padre iraniano, cameraman e giornalista a Bologna, poi conduttore radiofonico in Spagna, sceneggiatore per Next media Lab a Milano e attualmente regista di documentari a Parigi.

http://www.inorto.org/2011/10/lorto-della-giudecca-unoasi-di-pace-dietro-le-sbarre/ (altracittacoop@libero.it)