LUCERTOLE E BICICLETTE / UN PRETE IN CARCERE

Penultima lucertola a destra, il terzo libro di don Marco Pozza (Marietti Scuola, 2011) – Stefania Zanotto, marzo 2014
Privarsi di un attimo per cercare di capire, è cogliere la profondità della verità. Chi mai si è fermato a osservare un albero in inverno? L’inverno lo lascia spoglio, provato, stanco. In apparenza morto, finito, incapace del più piccolo germoglio. Ma ecco che alle prime carezze tiepide di primavera, si scoprono piccole gemme: possibilità per una nuova vita. Quale albero riesce a sfuggire al suo inverno? Quale non muore un po’, prima di riscoprire la vita? E quale uomo non sbaglia, prima di diventare un uomo migliore?
“Un ramo di ciliegio” ecco cosa vede il giovane don Ernesto, dietro le sbarre della penultima cella a destra, dietro la sconfitta di un uomo, Giulio Schiacciasassi, che dopo aver scontato la propria pena in carcere per un omicidio, ritorna alla vita pronto a una nuova primavera.
La vita di Giulio incrocerà quella di Luca, un giovane ragazzo del suo stesso paese che sogna di diventare un campione del ciclismo. Luca dedica anima e corpo al suo sogno per sopraffare il dolore della perdita del padre e alle mancanze della madre. Per lui la scuola è solo un insieme di regole che non capisce e non riesce a rispettare. Luca ha un modo tutto suo, creativo, di imparare, si sente “fuoriclasse” nella scuola e nella vita.
L’unica persona che cerca di andare oltre al suo comportamento e ai suoi voti a scuola, è Assunta, la sua maestra, che guarda dentro al suo cuore e cerca la chiave per interagire con lui. E la trova nel blog “tunonsaichisono”: l’altra faccia di Luca.
Quasi al traguardo del successo, Luca viene tradito dal suo idolo del ciclismo che cade nella trappola del doping. Luca deluso anche nell’orgoglio, abbandona la sua passione, il suo sogno, e si aggrega alla compagnia della lucertola: il gruppo dei ragazzi sbandati del paese.
La vita di quei ragazzi è il muretto, l’alcol, gli spinelli, le notti brave e i tatuaggi. Il tatuaggio: la lucertola, l’emblema di quel gruppo. La stessa lucertola che si farà tatuare anche Luca perché, parole del leader della compagnia: “la lucertola scatta se qualcosa le s’accende dentro”, e loro come quella lucertola, aspettano di scattare, basta solo che qualcuno trovi quel qualcosa che li accenda dentro. Una forma di ribellione, la loro, verso un paese, una scuola, un conformismo che divide il mondo in geni e somari, buoni e cattivi, santi e peccatori.
Durante la sua prima serata da lucertola, Luca, vinto in ogni aspetto della sua vita, reagisce con violenza alle offese di un uomo che tocca una ferita in lui profonda: la morte di suo padre.
Luca viene arrestato e finisce nella stessa cella (la penultima a destra) di quel Giulio Schiacciasassi, un mito per la compagnia della lucertola. Ma proprio dal paese che chiedeva giustizia per il tentato omicidio commesso da Luca, arriva la sua possibilità di riscatto. Perché: “i ragazzi sono uno, nessuno e centomila. Sono uno per chi pensa che la vita sia un tentativo di omologazione. Sono nessuno per chi dice “i giovani sono il futuro” ma ruba loro il presente. Sono centomila per chi accetta di scendere nel loro cuore e allenarsi ad educarli”. E soprattutto perché: “se sbagli paghi, ma ti rimetto in piedi!”, parole di Assunta, inaspettata protagonista di questa storia. Lo stesso paese, Fossa delle lucertole, dove la vecchia giunta comunale dei Dinosauri è lì da centocinquant’anni, troverà il suo riscatto grazie ad Assunta che aiuterà don Ernesto e un nuovo futuro sindaco – entrambi giovani, coraggiosi e suoi alunni di penultima fila – ad attivare un campagna elettorale creativa e vincente con una giunta composta esclusivamente da gente priva di raccomandazioni e fama, gente da penultima fila insomma.

Un viaggio ricco di attualità e tanta immaginazione – sì, perché ce n’è tanta in questo libro e oggi più che mai ne abbiamo bisogno – che porta a una conclusione per niente scontata chi si priva di un attimo e coglie la profondità di questa storia: “la penultima posizione è quella ideale per chi sogna la rimonta (…) Sconfiggendo i dinosauri con la leggerezza delle farfalle” – S.Z.

Don Marco Pozza (Calvene, Vicenza,1979) sacerdote cattolico, scrittore e giornalista. Dal 17 settembre 2011 è cappellano presso il carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova e tiene conferenze ed incontri in tutta Italia, in particolare nelle scuole e nelle parrocchie. Editorialista di “Avvenire”, collabora col “Mattino di Padova” e “L’Altopiano” (Giornale dell’Altopiano di Asiago), ha fondato e gestisce un sito internet sua “parrocchia virtuale”, nel quale commenta il Vangelo ed i fatti di cronaca. Ha scritto alcuni libri sia di narrativa sia di divulgazione religiosa – Ordinato sacerdote il 6 giugno 2004 dal vescovo di Padova Antonio Mattiazzo, dopo l’ordinazione diventa vicario parrocchiale presso la parrocchia della Sacra Famiglia in Padova. Colpito dall’assenza di fedeli durante le celebrazioni eucaristiche, decide di incontrare durante l’ora dell’aperitivo ragazzi e studenti direttamente nei locali della città: per questo motivo viene soprannominato Don Spritz. – Grazie alla sua opera di evangelizzazione presso i giovani è invitato e intervistato dai media sui temi della crisi e religiosità dei nostri giorni. – Appassionato sportivo e maratoneta amatoriale, dallo sport (anche il ciclismo) prende spunto per porre delle riflessioni sulla vita e proporre soluzioni. – Nel dicembre 2013 consegue il dottorato in Teologia Fondamentale alla Gregoriana (Roma) con una tesi sul rapporto tra letteratura, teologia e immaginazione a partire dal libro postumo di Antoine de Saint-Exupéry, la “Cittadella”, insieme di riflessioni e appunti sparsi (da Wikipedia rivisitato, 26.3.14 – A.F.)

CREDIBILITÀ DIETRO LE SBARRE?

UNA LETTERA AL GRUPPO: ABBIAMO ANCORA CREDIBILITÀ? Al Gruppo di Scrittura esce la vita, la vita prima del carcere e soprattutto il famoso deragliamento di cui si parla nell’altra ala della rivista “Ristretti”. Qualcuno comincia a rompere il ghiaccio: si parla esplicitamente delle scelte che han portato in carcere. Ci sono due ordini di ammissioni: 1) mi sono fatto trascinare dall’ambiente, 2) ho voluto delinquere. Entrambi ammettono all’inizio di tutto una scelta precisa di volontà: voglio fare qualche cosa contro. Perché? questo è ancora un mistero. Non si arriva ancora alla risposta. Ma scrivere significa anche cercarla, assieme. Così i racconti proposti diventano lettere al Gruppo di Scrittura. Riflessioni diverse sulla propria vita passata, narrazioni più che racconti in senso proprio e modi diversi di raccontare e di riflettere. Esperienze diversissime, eppure confluenti. Hanno meditato, scritto, portato i testi. E ora li leggiamo. La lettura farà vivere i pensieri. La lettura ad alta voce darà spazio alle loro parole nel gruppo. Questo avveniva giovedì 20 marzo 2014. La prima narrazione-lettera, è di Giorgio, cui ha dato come titolo la domanda: “Essere creduti dalle istituzioni, dopo aver sbagliato più volte, è ancor possibile?” In realtà si chiede: perché mi è accaduto? E alla fine della sua lettura (Giorgio legge, altri preferiscono di no), cerchiamo di chiedergli e di dialogare.

Sarebbe stato bello nascere già grandi e nell’ultima parte della vita tornare giovani: non avrei sofferto a causa delle scelte di vita sbagliate.
Una di queste sicuramente è l’aver interrotto gli studi troppo giovane: solo ora, confrontandomi con il mio passato, capisco quale importanza avrebbe avuto nella mia vita.
E la grande sofferenza della mia fantastica compagna, che mi e stata vicina per 30 anni e che tutt’ora crede ancora al mio cambiamento. E i miei due figli, privati per anni della figura del padre.
Sarebbe stato meraviglioso nascere già grande: tutte queste sofferenze molto probabilmente non sarei qui a raccontarle.

Fin da giovane il mio sogno era la famiglia, avere dei figli, una compagna, che avrei amato tutta la vita. I miei genitori mi avevano insegnato a essere educato e umile verso gli altri. Ricordo volentieri una frase che mio padre mi diceva spesso: “una persona diventa inutile se non conosce l’umiltà”.
Credo di aver avuto un buon padre. Parlava pochissimo, mai a vanvera, pesava tutto. Mia madre era una persona più semplice, ma aveva un cuore grande. Si sono amati per tutta la vita. Mi ritengo una persona fortunata di aver avuto due genitori fantastici.
Vivevo in una famiglia benestante, non avevo certo bisogno di fare rapine per vivere. Mi sono chiesto per tanti anni perché non ho potuto essere una persona come tante altre. Non sono mai riuscito ad arrivare a nessuna risposta, se non quella di nascere già grande per non commettere gli errori che si fanno da giovani.
E oggi così, se qualcuno mi chiedesse perché facevo rapine, gli risponderei che non lo so.
Non ho mai dato la colpa di tutto questo alle solite chiacchere che si sentono anche in carcere: il posto dove sei nato, l’amico che ti ha chiesto, le disgrazie in famiglia e tante altre balle! Non è così: gli esseri umani (me compreso) sono perfettamente in grado di capire intellettualmente dove si trovano il bene e il male, sia per loro che per gli altri, ma ad un certo punto cominciano e poi continuano a commettere gli stessi errori. È difficile da accettare, ma è così. Nessuno mi ha puntato un’arma in testa per farmi compiere dei reati: ho sempre deciso con piena coscienza. Sicuramente, data allora la mia giovane età, quando ho commesso il mio primo reato non immaginavo il rischio cui andavo incontro, e tutte le conseguenze negative future che mi attendevano. Dalla vita avevo tutto quello che mi serviva.
Una cosa rimpiango molto e la ripeto: non aver continuato gli studi. Forse, dico forse, non avrei intrapreso la strada da rapinatore. Certo, fino all’età di 18 anni fare il rapinatore non era quello che desideravo. Avevo vissuto una bellissima infanzia. La mia meta sin da piccolo era quella di entrare alla grande nel mondo dell’edilizia, mio fratello aveva una ditta edile, mio padre svolgeva anche lui questa attività: non vedevo l’ora di compiere 14 anni per poter cominciare a lavorare.
Mi son voluti 30 anni per rendermi conto che la vita è un dono meraviglioso.

Il mio sogno era cominciato nel 1976, anno del libretto di lavoro: lavoravo sodo ma mi piaceva, lavorare non mi pesava, anzi, era per me una grossa soddisfazione.
Ma ecco, dopo cinque anni, la mia vita cambiò totalmente: nel gennaio 1981 varco le porte del carcere per la prima volta, avevo 18 anni. Per i miei genitori è stato un durissimo colpo, pensavo a mio padre che mi aveva sempre insegnato l’onestà.
In quegli anni il sistema carcerario non era certo quello di adesso, sia per il modo di scontare la pena, sia per il tipo di persone allora detenute. La Legge Gozzini era allora un sogno ancora nel cassetto, ti sbattevano da un carcere all’altro e le proteste dei detenuti erano l’ordine del giorno, non avevamo nulla da perdere a farlo.
Il mio primo impatto con il carcere direi che è stato abbastanza crudele: nel giro di 6 mesi mi hanno fatto girare 5 carceri, con il piacere finale di essere trasferito definitivamente nel carcere dell’Asinara, sicuramente, allora, un posto non adatto per una persona che per la prima volta in vita provava il carcere. Erano gli anni degli omicidi in carcere, delle proteste molto dure, in certe carceri c’era pure un codice da rispettare altrimenti non avevi scampo di sopravvivenza
Non potrò mai dimenticare il primo giorno che arrivai a L’Asinara. Prima di farmi entrare in diramazione (sezione) il comandante mi fece l’interrogatorio: mi chiese a chi appartenessi. Non riuscivo a capire a cosa si stava riferendo. Mi chiese se appartenevo a qualche famiglia. Capii allora a cosa alludeva e sorridendo gli risposi: -Sì, appartengo alla famiglia dei polentoni. Si mise a ridere.
Non erano anni simpatici: nelle carceri esistevano vere e proprie guerre. All’Asinara ci feci 2 anni e mezzo. Nell’agosto 1983 il Magistrato di Sorveglianza mi concede la liberazione condizionale. Giurai a me stesso che non avrei mai più varcato la porta di un carcere, dimenticandomi purtroppo che quando si è giovani, e così stupidi, si continua a commettere gli stessi errori.
Una volta fuori, iniziai nuovamente a lavorare. Fortunatamente la mia grande soddisfazione era il lavoro. Mi trovo una compagna, cerco di dimenticare gli anni di carcere. Nel 1988 ho già due figli, non mi manca nulla, sono innamoratissimo della mia famiglia, il lavoro va a gonfie vele, insomma tutto funziona a meraviglia.

Ancora oggi mi chiedo come una persona possa tornare a delinquere dopo aver avuto tutto quello che desiderava. Lo dico perché questo è accaduto: nel 1991 torno a commettere una rapina, in territorio austriaco. Vengo arrestato lo stesso giorno. Ho pensato subito alla mia compagna e ai miei due figli: ero riuscito a distruggere un sogno meraviglioso.
La condanna fu pesantissima: 10 anni. Per mia fortuna, la mia compagna mi è sempre vicina, portandomi a colloquio i figli due volte al mese. Il carcere austriaco in quegli anni era durissimo. Nel 1994, dopo quasi 4 anni, riesco ad ottenere il trasferimento in Italia per scontare il resto della pena e vengo trasferito al carcere di Padova. Nel 1996 comincio ad uscire in permesso premio. Ero riuscito a salvare la mia famiglia – e la mia famiglia non mi aveva abbandonato: questo mi dava fiducia ancora una volta per il mio futuro. Nel carcere di Padova mi trovo bene. Prima faccio un periodo come volontario bibliotecario; alcuni mesi dopo come volontario per assistere pazienti colpiti da distrofia muscolare; nel 1997 usufruisco della semilibertà, lavoro sempre nel campo dell’edilizia; nel 1998 mi viene concesso l’affidamento in prova ai Servizi Sociali; nel 1999 termino di scontare la pena e torno libero.
Mi dedico anima e corpo al mondo del lavoro e alla mia famiglia. Nel 2002 vengo assunto da una grossa ditta di costruzioni con mansione di responsabile di cantiere, la paga è alta, mi dà modo di vivere bene, lavoro in varie zone del nord Italia, il lavoro va bene ed il mio rapporto con la mia famiglia è tornato alle stelle, ma… ma la tentazione di commettere altre rapine era nell’aria.
Il 2005 è stato l’anno decisivo per rendermi conto che non avevo più spazio né motivo per commettere altri reati: durante una rapina muore un mio Amico. Giurai a me stesso che non avrei mai più commesso un reato. Ero arrivato al famoso bivio!
La giustizia nel febbraio 2006 viene a bussare alle porte di casa per un reato commesso nel 1991. Mi arrestano. Farò solo un mese, in quanto il tribunale del riesame mi scarcera perché si tratta di un reato di 15 anni addietro e non c’è più la pericolosità di reiterare il reato. Nel frattempo svolgo sempre il mio lavoro, fino al 2010 quando la sentenza per questo reato diventa irrevocabile. Nell’aprile 2010 quindi mi costituisco in carcere: non volevo avere nessun debito con la giustizia. Avevo già preso la mia saggia decisione, dopo la morte del mio amico. Nell’ottobre 2010 mi verrà concessa la semilibertà, continuo il mio lavoro. A dicembre, sempre 2010, finisco di scontare la pena.
Avevo ancora un debito con la giustizia in merito alla rapina in cui aveva perso la vita il mio amico. Così, nel 2011, vengo condannato in primo grado, nel 2012 in appello. Nel frattempo continuo a lavorare, finché nel maggio 2013 la Cassazione conferma la condanna: ero già preparato e convinto di poter saldare l’ultimo mio debito. Mi costituisco di nuovo presso il Carcere di Padova per concludere definitivamente con un passato che non mi appartiene più. Peccato che per capirlo ci son voluti 30 anni.

In questi mesi di carcere mi sono chiesto più volte quale sia l’interesse a dimostrare a qualcuno del mondo esterno che una volta fuori non commetterò più reati: me lo chiedo perché so per certo che non sarò mai creduto. Purtroppo, non conosco neanche il modo per poterlo fare.
Mi faccio anche un’altra domanda: con quale diritto io chiedo aiuto alle Istituzioni, dopo aver tradito la loro fiducia più volte. Siamo così sicuri che l’art. 27 della Costituzione sia un diritto acquisito, per sempre, da persone che per tanti anni hanno commesso reati e mentito alle Istituzioni?
Il pianeta carcere non appartiene al mondo esterno. È un mondo separato. Il mio passato ha fatto sì che la società esterna si dimenticasse dei miei diritti. Del resto, spesso e volentieri io stesso li ho calpestati, prima con i reati e poi con un rapporto ottuso, demagogico ed egoista, contrario al dialogo. Finché in passato continuavo a mentire alle istituzioni, mi era impossibile dimostrare la buona volontà di volermi reinserire.
Detto ciò, continuo a farmi quella domanda, senza però riuscire a trovare risposta: persone che come me per tanti anni hanno commesso reati, hanno mentito alle Istituzioni (e queste mi abbiano dato più di una possibilità) come possono essere credute?
Persone che, arrivate al famoso bivio, decidono definitivamente di chiudere con un passato negativo estremo, stanche di mentire, in quale modo possono dare garanzie di credibilità al mondo esterno? Chi pensa di conoscere una qualche risposta si faccia avanti!
Giorgio, Padova, febbraio 2014

MENTOR NON MENTE E RACCONTA

Mi chiamo Mentor R. e sono nato in Albania nel settembre ’85. Come la maggior parte dei miei concittadini, sono cresciuto un po‘ troppo in fretta: come ben si sa, nel mio Paese molte persone, o comunque una buon parte, desideravano farsi una vita altrove, cercando di dimenticare le problematiche che ci portavamo dietro dopo gli anni del Comunismo e dopo la guerra. Ho iniziato a cullare l’idea di andare via quando ero ancora un ragazzino, vedendo partire gli altri ragazzi del mio Paese: ho così deciso un bel giorno di cercare una vita migliore, in Italia. Ho provato più di una volta, però senza successo, salendo su una nave che salpava da Durazzo: appena arrivato, venivo rispedito indietro dalle autorità, perché ero troppo piccolo e sprovvisto di documenti. Fin quando, insieme a due miei amici, restando  nascosto in un camion, riesco ad eludere i controlli e ad arrivare.

 I miei primi pensieri andavano alla mia Famiglia, che ignara di tutto mi cercava, senza sapere che io ero scappato in Italia. Così ho chiamato un mio parente che mi ha aiutato con i documenti e a trovarmi un lavoro, onesto. Ed è così che volevo fosse la mia vita, con un lavoro decente, in modo da poter aiutare me stesso, ma soprattutto i miei. Andava tutto bene, riuscivo a lavorare e qualche volta anche a divertirmi.  Sembrava davvero che la mia vita stesse cambiando.

Fino a quando ho iniziato a frequentare locali, a far tardi la notte, bevendo alcool e cominciando a fare uso di cocaina, trovandomi a un certo punto senza più lavoro! La droga, come tutti sanno, le prime volte sembra renderti onnipotente: credevo di poter riuscire a far tutto senza bisogno di lavorare… Avevo cominciato i nfatti a spacciare. Spacciavo, ma soprattutto ne facevo uso, un uso così sproporzionato che mi portava pian piano ad allontanarmi dalla vita reale e dai miei princìpi, senza curarmi più di  niente e di nessuno: mi sentivo grande ma era l’inizio della fine!

 Avevo tanti “amici”: ho usato le virgolette per far capire che quando ti trovi in certe situazioni è facile avere persone vicino, ma quella non è amicizia, è solo “convenienza”. Infatti, quando mi hanno arrestato, mi sono trovato solo e tutte le persone che prima mi circondavano perché avevo coca e soldi, non mi hanno scritto nemmeno una lettera per sapere come stavo. Adesso sto scontando la mia pena con la consapevolezza di quanto ho sbagliato. Spero con tutto me stesso di riprendere la mia vita per mano e rimetterla sulla retta via per poter così un giorno tornare ad abbracciare la mia famiglia, che non vedo da dieci anni. Un pensiero voglio rivolgerlo a questo Gruppo di Scrittura del quale faccio parte e grazie al quale riesco adesso a relazionarmi meglio con le persone.  –

Padova, 7 marzo 2014 – racconto presetnato al Gruppo di Scrittura (Carcere Due Palazzi, Padova)

ANDREA DI STRADA E DI DROGA / UN ROMANZO DAL CARCERE

 

Andrea è un giovane come tanti che si avvicina al mondo della droga, ma presto cade nella spirale della tossicodipendenza diventando vittima e protagonista di avvenimenti sempre più drammatici, fino a commettere un omicidio. Finisce in carcere e conosce un mondo nascosto alla realtà, un mondo fatto di solidarietà fra uomini che condividono un destino duro e spietato. Un profondo lavoro di introspezione diventa dunque il suo riscatto: attraverso un difficile percorso di autocoscienza si trova a dialogare con i propri limiti, rivoluzionando la propria esistenza. Una storia dura sulla vita in carcere, senza fronzoli, che s’inserisce nella miglior tradizione del romanzo verità.

Andrea Di Strada è nato nel 1974 nella provincia di Padova.
Nel 1997 fa parte del gruppo fondatore della redazione di Ristretti Orizzonti, rivista bimestrale realizzata all’interno della Casa di Reclusione di Padova, e dell’associazione Granello di Senape. Dopo aver collaborato per anni alla realizzazione della rivista Ristretti Orizzonti, oggi Andrea è responsabile dello Sportello Avvocato di Strada.
© http://www.ristretti.it/commenti/2013/febbraio/pdf3/libro_andrea.pdf