LA PRIMA VOLTA / CARCERE / sottovoce COLLOQUIO

DSCN2213Mi chiamo Slavisa, ho 43 anni,  nato nella ex Jugoslavia, detenuto presso la Casa di Reclusione di Padova con la pena dell’ergastolo. Io e la mia compagna abbiamo tre figli. Sono stato arrestato nel 2006 per la prima volta nella mia vita. Prima di arrivare a Padova ho vissuto nelle carceri dell’Italia meridionale. Come potete immaginare mi ero molto difficile avere dei colloqui con i miei famigliari, perciò nel 2007 ho chiesto un trasferimento per avvicinarmi loro, in Friuli. Nel 2011 da Palermo sono stato trasferito in provincia di Udine, presso la Casa Circondariale di Tolmezzo.
Per prima cosa ho avvertito subito la mia famiglia. Dopo un mese siamo riusciti a ottenere il primo colloquio. Il 4 agosto 2012 i miei figli e la mia compagna sono venuti a trovarmi. Quella mattina mi ero alzato molto presto e non facevo altro che pensare a loro, parlando da solo e cercando le parole giuste. Cosa dirgli, dopo otto anni che non li vedo?
È arrivato il momento. Gli agenti mi hanno chiamato. Il percorso fino alla sala colloqui mi sembrava lunghissimo. Mi sembrava di volare. Non posso spiegare come mi sentivo, non so come descriverlo, penso sia più facile disegnare in silenzio. Ecco, ci siamo, mi ripeto dentro di me, sono nella sala colloqui che aspetto. Sento il mio cuore che batte forte dentro il mio petto, tutum, tutum, tutum.
A quel punto si è aperta la porta, ed entrano subito due splendide ragazze. Dietro loro una donna con gli occhi gonfi e rossi, di quelli che hanno appena pianto. A chiudere la fila un uomo. In quell’attimo volevo urlare di gioia, volevo urlare fortissimo perché avevo male al petto. Sono cresciuti, la donna è invecchiata.
A questo punto mi sono ritrovato quasi incredulo, poi ho pensato che era meglio abbracciarli, con un grandissimo sorriso. Dopo i saluti ci siamo seduti a parlare per la prima volta. Dopo otto anni.
In quella confusione c’erano parole che avremmo voluto dirci, ma i sospiri eran quello che riuscivamo a darci. Mio figlio e la maggiore delle mie figlie mi chiedevano di tutto. La più piccola era silenziosa, mi parlava solo se le chiedevo qualcosa, pensavo fosse stanca per il viaggio.
Le quattro ore concesse dalla Direzione per il colloquio sono passate in un attimo, veloci come un lampo. A quel punto l’agente entra nella stanza e a voce alta comunica che la visita è terminata.
Ci siamo salutati con un lungo abbraccio e poi se ne sono andati.
Rientrando pian piano nella mia stanza, mi tenevo appoggiato al muro con i pensieri fissi ai bei momenti appena trascorsi.
Dopo un paio di giorni ho chiamato a casa per risentirli e chiedere come era andato il viaggio. Mi risponde la mia piccola: -Ciao, papà, come stai? E io rispondo che sto bene, a mia volta chiedo se è ancora stanca del viaggio. Lei mi risponde: -No, non sono stanca e anche in Italia non ero stanca.
Le chiedo perché, al contrario dei suoi fratelli, non mi aveva parlato al colloquio, ma non mi giungeva nessuna risposta. Riuscivo solo a sentire un sospiro lieve e umido. Allora ho capito che stava piangendo.
-Parlami, le dissi, e dopo qualche attimo mi esplose in faccia la verità: – Papà, io non ti conosco.
Non ho più avuto parole, né io e neppure lei, siamo rimasti in silenzio fino a quando si è interrotta la telefonata. Il tempo era scaduto.
Vi lascio riflettere. Spero che presto siano varate leggi che tutelino sia noi sia i nostri famigliari, per non perdere quel poco che ci è rimasto: l’affetto per chi amiamo, così almeno possiamo aggrapparci a una speranza, che si chiama famiglia. – S.D., 15.5.14

 

Annunci