I MIEI SOGNI DI DETENUTO FINE PENA 99/99/9999

Michela Battistella ARCHITEXTILE Stesso materiale, forme diverse. Architettura dell'incontro

Michela Battistella ARCHITEXTILE
Stesso materiale, forme diverse. Architettura dell’incontro

da Repubblica, giovedì 26 giugno 2014, pagg. 46-47 (da Ristretti Orizzonti: vedi http://www.ristretti.org)

Come ogni prigioniero degno di questo nome, sarebbe morto in cella. Gli altri nomi sono detenuto, come si dice di me, o carcerato, come avrebbe detto mio nonno, o galeotto, come sta scritto nei libri: siamo persone che usciamo, prima o poi, da qui. Lui no. Il primo giorno che sono riuscito a parlargli, cioè il primo giorno in cui ho capito davvero cosa mi stava succedendo, dopo cinque giorni e cinque notti chiuso qui dentro, tra la cella e la latrina, la latrina e la cella, lui mi ha fatto fare questo esperimento.

Mi ha detto: “Conta dentro di te sessanta secondi. Sai come si fa?”. Io lo sapevo, certo, sono un uomo di buone letture. Lui, piuttosto, mi sembrava rozzo, eppure mi proponeva un esperimento, non del tabacco. “D’accordo”, ho detto. E siamo rimasti così, mentre io contavo. Sessanta secondi sono più o meno: Mississippi uno. Mississippi due. Mississippi tre… Mississippi cinquantanove. Mississippi Sessanta.

“Ecco”, mi ha detto, “sai quanti ce ne sono in un’ora? E in un giorno? E quanti giorni ci sono in un anno? Ogni porzione di questo tempo della mia vita io lo passerò qui dentro. Poi morirò, e solo dopo uscirò da qui. A volte penso a come dev’essere bella la mia bara, circondata dall’aria, dal sole, magari la porteranno a braccia fino a un carro e poi quel carro partirà e vedrà le nuvole, passerà con le ruote su una pozzanghera e schizzerà la gonna di una donna, attraverserà strade con palazzi alti che ne limitano la vista, oppure strade larghe, senza confini attorno, solo un fiume, l’argine di un fiume, magari… forse…

No: il mare non credo, no, non lo vedrò, manco da morto”. (…) Quando ebbi nostalgia di mia madre, gli chiesi di suo figlio. Mi raccontò così, che lo aveva visto molto poco quando era un bambino, e che il suo nome e la sua faccia andavano mutando nella testa del figlio al ritmo delle parole della madre. Egli cresceva, mi disse, dentro il bambino, nell’immagine e nella considerazione che il figlio aveva di un padre remoto, che l’aveva messo al mondo un giorno e poi dal mondo era stato segregato: il prigioniero sentiva propaggini della propria vita nei passi del bambino, nei suoi sguardi che non vedeva, ma poteva immaginare.

Sentiva di crescere in quel corpo come crescono le idee quando non si abbandonano. Gli aveva parlato chiaro quando ebbe compiuti dodici anni, da solo, in un fugace incontro, piantonato dalle guardie. Gli aveva parlato sapendo di perderlo, gli aveva detto: “Ascolta: io da qui non uscirò mai”. “Che significa mai? Mamma dice che un giorno uscirai”. “E ti sei chiesto quando è quel giorno?”.

“Mamma mi dice che verrà un giudice nuovo, un giorno, e ti porterà fuori”. “Non è così, io non uscirò mai”. “Che significa mai? Cosa c’è scritto sulla condanna?”. “C’è scritto: fine della pena: 99/99/9999. Morirò qua dentro, posso sperare di uscire solo se faccio il nome di qualcun altro”. La sua infatti non era una pena che si scontava: si subiva e basta, come la pena di morte. Ma i condannati a morte si salutano e poi non sanno più.

Qui invece la tortura era sapere, e contare fino a sessanta, e sapere che il tempo era costretto a scorrere e il prigioniero a restare. Chi vi era condannato, come lui, si trovava nella condizione di non avere alcuna speranza di uscire di prigione mai se non mandando in prigione qualcun altro al posto suo. (…) Io lo ammiravo, perché quello che credevo fosse un percorso di vita destinato alla pazzia – il carcere per sempre, la morte in vita, l’esistenza senza domani eppure con il domani – in lui, e per merito della sua sola volontà e, anzi, contro il desiderio dell’autorità che l’avrebbe preferito senz’altro pazzo, si era mutato in un percorso di consapevolezza, e virtù.

Entrato che appena sapeva leggere e scrivere, aveva dedicato gli ultimi venti anni della sua vita allo studio, mi ripeteva sempre che ai libri, non al regime carcerario, doveva la sua determinazione nel prendere la laurea. Aveva scelto gli studi di legge, per incarnare al meglio la sua vita e la menzogna che essa promette, e ora stava iniziando a studiare filosofia.

Così, se pure ci fosse stato qualcuno a ricordare perché era finito là dentro, bene: ora quell’uomo che avevo davanti era troppo dissimile dal ragazzo che vi era entrato, per essere possibile attribuire la stessa pena alla stessa persona. Ma tanto al mondo non interessava più conoscerlo: solo a lui interessava davvero e profondamente sapere chi era se stesso, e si cercava, uomo nuovo, senza sosta.

Perché lui era il centro del mondo, come ognuno, e il mondo è prezioso poiché è pieno di tali centri. Io in ventitré anni ho fatto le elementari, le medie e il liceo, e quando ero a un passo dalla laurea ho fatto una sciocchezza, e mo’ devo stare un po’ di tempo qui dentro. Ma ventitré anni non sono solo il tempo in cui ci si dedica agli studi: accadono cose, in ventitré anni. È morto colui che fece il suo nome, il giudice che lo condannò è molto vecchio e vive in campagna, il capo del governo è cambiato quattordici volte, sono morti tre papi e 1.233.057.600 esseri umani. Ne sono nati 3.046. 377.600. (…)

Il prigioniero stava qui dentro. Fermo. Ma la sua mente no, seguiva il ritmo del mondo senza potergli correre dietro, aveva scavato nell’unica direzione concessa, la galleria della fuga: dentro di sé. E aveva raggiunto e superato in profondità le scosse tettoniche, e poi si era frammentato, rimpicciolito, dilatato fino a muoversi alla velocità della particella di dio. Senza dover correre dietro alla vita il prigioniero era il più libero degli uomini, e soffriva come tutti gli uomini messi assieme. Oggi fa un anno che sono uscito, che è cominciata la mia nuova vita, la redenta condizione. E ogni giorno penso a lui.

Quando penso a lui faccio l’esperimento. Conto. Sessanta secondi sono più o meno così. Mississippi 1. Mississippi 2, 3, 4… 59. Mississippi 60. Chi di noi vedrà l’anno 9999? Sono stato un uomo fortunato. Quasi nessuno più riesce a conoscere gli immortali: in carne, intendo. Perché il significato che si dà a questa parola riguarda le opere che gli uomini compiono in vita, i loro atti politici, o le gesta eroiche. E va bene, quelli sono immortali in morte. Il prigioniero invece è immortale in vita, in carne, la sua condizione è estesa fuori dalla vita, quindi, a quello che ho conosciuto io, anche fuori dalla morte. Ma è il tempo che fa la differenza: perfino il limbo che ha immaginato il poeta si scioglierà nel giorno del giudizio universale. Solo il prigioniero resterà prigioniero, dunque solo egli resterà.

Autrice Valeria Parrella. Fra i suoi romanzi: Ma quale amore (Rizzoli), Lo spazio bianco e Tempo d’imparare (Einaudi).

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