OASI 5 MAGGIO 2015

-Ero bravo a scuola. Veramente, prof.- Gentian guarda il sentiero e scalcia un sasso dal selciato di graniglia. Attorno, erba non tagliata del piccolo terreno con due file di viti. La parete rossa della chiesa ci accompagna sotto un pergolo e da qui al piccolo campo a patate e cipolle dei padri. Il sole non è diretto, rose rosse aperte si sfiorano sulla bordura, due giovani africani in fondo al campo raccolgono ortaggi. Penso agli orti di Van Gogh sotto Montmartre. “La pittura ci mette gli occhiali”, dicevo ai miei alunni quando insegnavo.

Sono arrivato in scooter ed era lì davanti alla chiesa, in piedi. -Che begli occhiali! -Pochi soldi, cosa da poveri. -Beh, ma sono belli, che importa. – Se li toglie e mi sorride. -Come va, prof? -Fino a che ora ti fermi?- Andiamo dentro a firmare.
Arriva il padre che deve vigilare sui semiliberi. Non ho ancora ben capito chi sono. Non distinguo i frati dai detenuti. -In quanti siete oggi? -Due.
Umberto è in permesso, Faved ha finito, e Drittan è di là con skype. Usciamo all’aperto. Il sole si è ripreso, il giardino è molto verde con chiazze di colore. Sotto al gazebo siede un vecchio vestito di verde con un bastone.
-Facciamo due passi, non ho mai visto i campi dietro la chiesa. E tu?
-Sì, una volta, dai prof, ti porto io.- Evitiamo il tubo dell’acqua, un passo lungo e siamo sul sentiero. La chiesa è chiusa. -Sai prof, mi piace parlare con te e mi piacerebbe una volta fare una passeggiata.
La serra si alza davanti a noi nella sua mole trasparente e nuova in mezzo al terreno dissodato, smosso a sinistra, coltivato, ricco di verdi diversi sulla destra. Il sentiero di mattonelle curva e ci porta nel vialetto a ridosso della caserma dismessa, un muro alto con il filo spinato, che a metà presenta un cieco frontone a timpano. Non c’è senso a volte nelle cose, sembra un cimitero, con macchie scure e mattoni sporgenti a chiazze.
-Belli queste fiori, chi li coltiva? -Ci sono dei volontari.- Samo arrivati al cancello. Torniamo indietro. Sta per entrare un’auto rossa.
Si ferma e il tizio tira giù il finestrino. -Tutto bene, Gentian. -Tutto bene. -Che stai facendo? -Faccio lezione? -E il resto? -Tutto bene. -Ok, ci vediamo.- Riprendiamo in silenzio. Penso alla lezione di oggi.
-Un giorno porto il manuale dei fiori e diamo un nome a tutti. -Io non ne conosco neanche uno. -Queste son viole, di tre tipi diversi. Come le chiamate voi? -Non credo ci siano, non lo so. Adesso chiedo a Drittan.- Siamo arrivati alla sede. Gentian mette la testa nel vano della finestra.
In fondo alla sala c’è una sagoma curva sullo schermo acceso. -Cilat janë violets emrat ? -Shko në ferr !! -Cosa dice? -Il solito Drittan. Gli ho chiesto come si chiamano le viole, mi ha detto una parolaccia. -Solito sparlone albanese. -Non siamo sempre così. -Ma poi scherza. -Sì, anche noi, ma non tutti capiscono. Una volta quasi mi picchio con un italiano che mi diceva delle battute. Una volta va bene, due va bene, ma la terza no. -Succede. -Ma lui era, pensa, uno dei ragazzi handicappati nella cooperativa dove lavoro, a Vigonza.
-Ata e quajtën violets ! – Drittan dal fondo del vialetto urla la risposa giusta. -Si chiamano come in italiano, viole. -Come spesso le nostre due lingue, han tante parole uguali. Siamo dirimpettai. In italiano Viola è anche un nome di persona. -Anche da noi. Cosa è quella parola, prof? -Dirimpettai, che stanno uno di petto all’altro, vicini ma di fronte e quindi a volte anche nemici. -Bella parola.
Cespugli di yucca bordano la grande aiuola. In mezzo due panchine tra l’erba alta. -Stavo bene quando ero in Albania. Ero un bravo ragazzo, sai prof, quasi il migliore della scuola, il terzo. Studiavo. Quando mio padre è venuto a trovarmi in carcere mi ha chiesto “sei stato tu?”. Due anni senza vederlo. -Spaccio? -No, omicidio, ma ero presente, non ho ucciso. L’ho detto a mio padre. Mi ha abbracciato, era contento che non l’avevo fatto.
-Quanti anni sei qui? -Dodici. Giriamo verso il gazebo, il vecchio non c’è più. Gentian fra poco deve andare. -In Albania giocavo con i miei amici nei prati. -Portavate le pecore? -Sì e anche le mucche. Una volta ci hanno mandati a tagliare la legna. Dovevamo farne 15 metri quadrati. -Cubici immagino. -Sì cubi. -Con che cosa? -Con delle scuri, si chiamano così? -Sì, accette, diciamo anche manàre o manarini. -Non vi siete fatti male, sai, dei ragazzi… -No. È stato bello, siamo stati via tre giorni, nei boschi, sugli alberi.
-Sarebbe bello andare a fare un giro in montagna, tutti assieme, un bel gruppo della Redazione e del Corso. -Sarebbe bellissimo, prof, camminare e poi stare fuori assieme. Cosa dici, Drittan? –
Drittan è uscito a fumare. Siamo arrivati all’edificio. Ci fermiamo nella piazzo d’asfalto. Gentian si appoggia allo scooter. -Che cosa? In montagna? Scherzi, prof? Dobbiamo andarci, tre giorni e portiamo anche quattro ragazze. -Perché solo quattro? Non credo, però, Ornella ti metterebbe in riga. Hai il pensiero fisso! -E se no, perché vai in montagna?- Gentian non dice nulla e sorride. Si è tolto gli occhiali blu. -Adesso vi faccio una foto.- Prendo dal bagaglio dello scooter la Coolpix. -L’ho già pensato un’altra volta, ma non è stato possibile per le difficoltà, ma io ci penso ogni tanto e mi immagino una sera, seduti sul bordo di un prato davanti alle montagne e lì nel buio, senza far niente, ascoltare la valle sotto, il silenzio.
-Sarebbe bello, prof, prova a farlo. -Mettetevi in posa.- Esce un padre, si ferma davanti alla chiesa e ci guarda. -Così, Gentian, bene. E tu Drittan non fare le boccacce.
Si abbracciano seduti sullo scooter, la mano di Drittan spunta dalla spalla destra di Gentian. La foto è venuta bene.
-Guardate qui adesso, che ne dite? -Bella. Me la mandi prof? via face book? -Sono quasi le cinque, Gentian, perdi il bus, vai.

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