Informazioni su angeloferrarini

a 11 anni i suoi lo misero in un seminario cattolico da dove un amico lo fece uscire a 23 anni, un prete lo iscrisse al liceo, un altro lo iscrisse all'azione cattolica, un altro lo convinse a uscirne, finché un giorno la sua nuova morosa gli parlò di politica, gesuiti e lettura e da quell'ora non la lasciò più (la morosa, ma anche la lettura)

SAID L’EGIZIANO

Chi l’avrebbe mai detto? Lo dico convinto, da ignorante e ingenuo, dopo i sorrisi che fino a 15 giorni fa mi faceva in corridoio: spingeva il carrello e si fermava. “Lavoro in magazzino, prof,e sono contento, sì, sì, sto meglio e lei, mi saluti la moglie” ed entrava nel corridoio mentre la guardia teneva il cancello. “Ciao, ciao, Said, alla prossima”. E invece niente. Ti sentivi anche gratificato: in fondo, al laboratorio veniva volentieri, anche se pieno di pastiglie, chiuso nel silenzio, con i compagni di sezione o di regione (era egiziano) o di religione, che gli stavano vicino e facevano da scudo. “Prof, va meglio, sì, sì, si sta curando, il peggio è passato”. Vero Sofiane, vero Noureddine, vero Majed? ok, speriamo. e in effetti il sorriso è tornato, lo sguardo alto, i modi scuri e propositivi. Ma cosa vuol dire poi? che cosa ne sai, che competenza hai per dire, definire, e stare dunque tranquillo alla fine. Che non venga un pensiero a nuocerti. E ora il pensiero c’è, e forse lo sto scaricando con una lettera, una la chiamano testimonianza. Ecco la voce del prof, lui l’ha conosciuto bene, lo aveva sempre lì Said, vicino, come tanti altri.
Così dunque, se n’è andato. Non avevo letto la notizia su Ristretti.
Stamani entro con Elton, vede un detenuto che spinge un carrello: -Ah, meno male, è lui, non si è suicidato, allora è un altro.
Non ci bado, solo chiedo, “un altro suicidio qui?” – Sì, sabato scorso, era uno che lavorava, ma per fortuna non è lui. (Lo guardo, mi ricorda Said, ma no, chissà come sta Said a proposito, è tanto che non lo vedo – penso, senza dire)
E non ci penso tutta mattina, non chiedo, cronaca e abitudine. Alla fine del laboratorio Demetrio mi passa un foglietto, uno dei tanti “compiti a casa”, contributi da leggere al gruppo di scrittura la prossima volta. Me lo passa come un segreto, infilandolo sotto il braccio, sul tavolo. L’occhio scorre ma non vede, vede ma non legge. Me ne arrivano altri due. Guardo e ritorno al primo.
Qualcuno ne approfitta. -Prof, facciamo pausa? Si alzano pian piano, aspettando una conferma che non arriva. Sono fisso sul foglio: “Titolo: “Si è suicidato Said”.
-No, Said! Demetrio aspettava seduto.
-Lo conosceva?
-Era sempre stato qui al laboratorio…
-Scusi professore se le ho dato il foglio…
-No, Demetrio, grazie, non lo sapevo, ma diceva che stava bene, tutto a posto…

Annunci

OASI 5 MAGGIO 2015

-Ero bravo a scuola. Veramente, prof.- Gentian guarda il sentiero e scalcia un sasso dal selciato di graniglia. Attorno, erba non tagliata del piccolo terreno con due file di viti. La parete rossa della chiesa ci accompagna sotto un pergolo e da qui al piccolo campo a patate e cipolle dei padri. Il sole non è diretto, rose rosse aperte si sfiorano sulla bordura, due giovani africani in fondo al campo raccolgono ortaggi. Penso agli orti di Van Gogh sotto Montmartre. “La pittura ci mette gli occhiali”, dicevo ai miei alunni quando insegnavo.

Sono arrivato in scooter ed era lì davanti alla chiesa, in piedi. -Che begli occhiali! -Pochi soldi, cosa da poveri. -Beh, ma sono belli, che importa. – Se li toglie e mi sorride. -Come va, prof? -Fino a che ora ti fermi?- Andiamo dentro a firmare.
Arriva il padre che deve vigilare sui semiliberi. Non ho ancora ben capito chi sono. Non distinguo i frati dai detenuti. -In quanti siete oggi? -Due.
Umberto è in permesso, Faved ha finito, e Drittan è di là con skype. Usciamo all’aperto. Il sole si è ripreso, il giardino è molto verde con chiazze di colore. Sotto al gazebo siede un vecchio vestito di verde con un bastone.
-Facciamo due passi, non ho mai visto i campi dietro la chiesa. E tu?
-Sì, una volta, dai prof, ti porto io.- Evitiamo il tubo dell’acqua, un passo lungo e siamo sul sentiero. La chiesa è chiusa. -Sai prof, mi piace parlare con te e mi piacerebbe una volta fare una passeggiata.
La serra si alza davanti a noi nella sua mole trasparente e nuova in mezzo al terreno dissodato, smosso a sinistra, coltivato, ricco di verdi diversi sulla destra. Il sentiero di mattonelle curva e ci porta nel vialetto a ridosso della caserma dismessa, un muro alto con il filo spinato, che a metà presenta un cieco frontone a timpano. Non c’è senso a volte nelle cose, sembra un cimitero, con macchie scure e mattoni sporgenti a chiazze.
-Belli queste fiori, chi li coltiva? -Ci sono dei volontari.- Samo arrivati al cancello. Torniamo indietro. Sta per entrare un’auto rossa.
Si ferma e il tizio tira giù il finestrino. -Tutto bene, Gentian. -Tutto bene. -Che stai facendo? -Faccio lezione? -E il resto? -Tutto bene. -Ok, ci vediamo.- Riprendiamo in silenzio. Penso alla lezione di oggi.
-Un giorno porto il manuale dei fiori e diamo un nome a tutti. -Io non ne conosco neanche uno. -Queste son viole, di tre tipi diversi. Come le chiamate voi? -Non credo ci siano, non lo so. Adesso chiedo a Drittan.- Siamo arrivati alla sede. Gentian mette la testa nel vano della finestra.
In fondo alla sala c’è una sagoma curva sullo schermo acceso. -Cilat janë violets emrat ? -Shko në ferr !! -Cosa dice? -Il solito Drittan. Gli ho chiesto come si chiamano le viole, mi ha detto una parolaccia. -Solito sparlone albanese. -Non siamo sempre così. -Ma poi scherza. -Sì, anche noi, ma non tutti capiscono. Una volta quasi mi picchio con un italiano che mi diceva delle battute. Una volta va bene, due va bene, ma la terza no. -Succede. -Ma lui era, pensa, uno dei ragazzi handicappati nella cooperativa dove lavoro, a Vigonza.
-Ata e quajtën violets ! – Drittan dal fondo del vialetto urla la risposa giusta. -Si chiamano come in italiano, viole. -Come spesso le nostre due lingue, han tante parole uguali. Siamo dirimpettai. In italiano Viola è anche un nome di persona. -Anche da noi. Cosa è quella parola, prof? -Dirimpettai, che stanno uno di petto all’altro, vicini ma di fronte e quindi a volte anche nemici. -Bella parola.
Cespugli di yucca bordano la grande aiuola. In mezzo due panchine tra l’erba alta. -Stavo bene quando ero in Albania. Ero un bravo ragazzo, sai prof, quasi il migliore della scuola, il terzo. Studiavo. Quando mio padre è venuto a trovarmi in carcere mi ha chiesto “sei stato tu?”. Due anni senza vederlo. -Spaccio? -No, omicidio, ma ero presente, non ho ucciso. L’ho detto a mio padre. Mi ha abbracciato, era contento che non l’avevo fatto.
-Quanti anni sei qui? -Dodici. Giriamo verso il gazebo, il vecchio non c’è più. Gentian fra poco deve andare. -In Albania giocavo con i miei amici nei prati. -Portavate le pecore? -Sì e anche le mucche. Una volta ci hanno mandati a tagliare la legna. Dovevamo farne 15 metri quadrati. -Cubici immagino. -Sì cubi. -Con che cosa? -Con delle scuri, si chiamano così? -Sì, accette, diciamo anche manàre o manarini. -Non vi siete fatti male, sai, dei ragazzi… -No. È stato bello, siamo stati via tre giorni, nei boschi, sugli alberi.
-Sarebbe bello andare a fare un giro in montagna, tutti assieme, un bel gruppo della Redazione e del Corso. -Sarebbe bellissimo, prof, camminare e poi stare fuori assieme. Cosa dici, Drittan? –
Drittan è uscito a fumare. Siamo arrivati all’edificio. Ci fermiamo nella piazzo d’asfalto. Gentian si appoggia allo scooter. -Che cosa? In montagna? Scherzi, prof? Dobbiamo andarci, tre giorni e portiamo anche quattro ragazze. -Perché solo quattro? Non credo, però, Ornella ti metterebbe in riga. Hai il pensiero fisso! -E se no, perché vai in montagna?- Gentian non dice nulla e sorride. Si è tolto gli occhiali blu. -Adesso vi faccio una foto.- Prendo dal bagaglio dello scooter la Coolpix. -L’ho già pensato un’altra volta, ma non è stato possibile per le difficoltà, ma io ci penso ogni tanto e mi immagino una sera, seduti sul bordo di un prato davanti alle montagne e lì nel buio, senza far niente, ascoltare la valle sotto, il silenzio.
-Sarebbe bello, prof, prova a farlo. -Mettetevi in posa.- Esce un padre, si ferma davanti alla chiesa e ci guarda. -Così, Gentian, bene. E tu Drittan non fare le boccacce.
Si abbracciano seduti sullo scooter, la mano di Drittan spunta dalla spalla destra di Gentian. La foto è venuta bene.
-Guardate qui adesso, che ne dite? -Bella. Me la mandi prof? via face book? -Sono quasi le cinque, Gentian, perdi il bus, vai.

I MIEI SOGNI DI DETENUTO FINE PENA 99/99/9999

Michela Battistella ARCHITEXTILE Stesso materiale, forme diverse. Architettura dell'incontro

Michela Battistella ARCHITEXTILE
Stesso materiale, forme diverse. Architettura dell’incontro

da Repubblica, giovedì 26 giugno 2014, pagg. 46-47 (da Ristretti Orizzonti: vedi http://www.ristretti.org)

Come ogni prigioniero degno di questo nome, sarebbe morto in cella. Gli altri nomi sono detenuto, come si dice di me, o carcerato, come avrebbe detto mio nonno, o galeotto, come sta scritto nei libri: siamo persone che usciamo, prima o poi, da qui. Lui no. Il primo giorno che sono riuscito a parlargli, cioè il primo giorno in cui ho capito davvero cosa mi stava succedendo, dopo cinque giorni e cinque notti chiuso qui dentro, tra la cella e la latrina, la latrina e la cella, lui mi ha fatto fare questo esperimento.

Mi ha detto: “Conta dentro di te sessanta secondi. Sai come si fa?”. Io lo sapevo, certo, sono un uomo di buone letture. Lui, piuttosto, mi sembrava rozzo, eppure mi proponeva un esperimento, non del tabacco. “D’accordo”, ho detto. E siamo rimasti così, mentre io contavo. Sessanta secondi sono più o meno: Mississippi uno. Mississippi due. Mississippi tre… Mississippi cinquantanove. Mississippi Sessanta.

“Ecco”, mi ha detto, “sai quanti ce ne sono in un’ora? E in un giorno? E quanti giorni ci sono in un anno? Ogni porzione di questo tempo della mia vita io lo passerò qui dentro. Poi morirò, e solo dopo uscirò da qui. A volte penso a come dev’essere bella la mia bara, circondata dall’aria, dal sole, magari la porteranno a braccia fino a un carro e poi quel carro partirà e vedrà le nuvole, passerà con le ruote su una pozzanghera e schizzerà la gonna di una donna, attraverserà strade con palazzi alti che ne limitano la vista, oppure strade larghe, senza confini attorno, solo un fiume, l’argine di un fiume, magari… forse…

No: il mare non credo, no, non lo vedrò, manco da morto”. (…) Quando ebbi nostalgia di mia madre, gli chiesi di suo figlio. Mi raccontò così, che lo aveva visto molto poco quando era un bambino, e che il suo nome e la sua faccia andavano mutando nella testa del figlio al ritmo delle parole della madre. Egli cresceva, mi disse, dentro il bambino, nell’immagine e nella considerazione che il figlio aveva di un padre remoto, che l’aveva messo al mondo un giorno e poi dal mondo era stato segregato: il prigioniero sentiva propaggini della propria vita nei passi del bambino, nei suoi sguardi che non vedeva, ma poteva immaginare.

Sentiva di crescere in quel corpo come crescono le idee quando non si abbandonano. Gli aveva parlato chiaro quando ebbe compiuti dodici anni, da solo, in un fugace incontro, piantonato dalle guardie. Gli aveva parlato sapendo di perderlo, gli aveva detto: “Ascolta: io da qui non uscirò mai”. “Che significa mai? Mamma dice che un giorno uscirai”. “E ti sei chiesto quando è quel giorno?”.

“Mamma mi dice che verrà un giudice nuovo, un giorno, e ti porterà fuori”. “Non è così, io non uscirò mai”. “Che significa mai? Cosa c’è scritto sulla condanna?”. “C’è scritto: fine della pena: 99/99/9999. Morirò qua dentro, posso sperare di uscire solo se faccio il nome di qualcun altro”. La sua infatti non era una pena che si scontava: si subiva e basta, come la pena di morte. Ma i condannati a morte si salutano e poi non sanno più.

Qui invece la tortura era sapere, e contare fino a sessanta, e sapere che il tempo era costretto a scorrere e il prigioniero a restare. Chi vi era condannato, come lui, si trovava nella condizione di non avere alcuna speranza di uscire di prigione mai se non mandando in prigione qualcun altro al posto suo. (…) Io lo ammiravo, perché quello che credevo fosse un percorso di vita destinato alla pazzia – il carcere per sempre, la morte in vita, l’esistenza senza domani eppure con il domani – in lui, e per merito della sua sola volontà e, anzi, contro il desiderio dell’autorità che l’avrebbe preferito senz’altro pazzo, si era mutato in un percorso di consapevolezza, e virtù.

Entrato che appena sapeva leggere e scrivere, aveva dedicato gli ultimi venti anni della sua vita allo studio, mi ripeteva sempre che ai libri, non al regime carcerario, doveva la sua determinazione nel prendere la laurea. Aveva scelto gli studi di legge, per incarnare al meglio la sua vita e la menzogna che essa promette, e ora stava iniziando a studiare filosofia.

Così, se pure ci fosse stato qualcuno a ricordare perché era finito là dentro, bene: ora quell’uomo che avevo davanti era troppo dissimile dal ragazzo che vi era entrato, per essere possibile attribuire la stessa pena alla stessa persona. Ma tanto al mondo non interessava più conoscerlo: solo a lui interessava davvero e profondamente sapere chi era se stesso, e si cercava, uomo nuovo, senza sosta.

Perché lui era il centro del mondo, come ognuno, e il mondo è prezioso poiché è pieno di tali centri. Io in ventitré anni ho fatto le elementari, le medie e il liceo, e quando ero a un passo dalla laurea ho fatto una sciocchezza, e mo’ devo stare un po’ di tempo qui dentro. Ma ventitré anni non sono solo il tempo in cui ci si dedica agli studi: accadono cose, in ventitré anni. È morto colui che fece il suo nome, il giudice che lo condannò è molto vecchio e vive in campagna, il capo del governo è cambiato quattordici volte, sono morti tre papi e 1.233.057.600 esseri umani. Ne sono nati 3.046. 377.600. (…)

Il prigioniero stava qui dentro. Fermo. Ma la sua mente no, seguiva il ritmo del mondo senza potergli correre dietro, aveva scavato nell’unica direzione concessa, la galleria della fuga: dentro di sé. E aveva raggiunto e superato in profondità le scosse tettoniche, e poi si era frammentato, rimpicciolito, dilatato fino a muoversi alla velocità della particella di dio. Senza dover correre dietro alla vita il prigioniero era il più libero degli uomini, e soffriva come tutti gli uomini messi assieme. Oggi fa un anno che sono uscito, che è cominciata la mia nuova vita, la redenta condizione. E ogni giorno penso a lui.

Quando penso a lui faccio l’esperimento. Conto. Sessanta secondi sono più o meno così. Mississippi 1. Mississippi 2, 3, 4… 59. Mississippi 60. Chi di noi vedrà l’anno 9999? Sono stato un uomo fortunato. Quasi nessuno più riesce a conoscere gli immortali: in carne, intendo. Perché il significato che si dà a questa parola riguarda le opere che gli uomini compiono in vita, i loro atti politici, o le gesta eroiche. E va bene, quelli sono immortali in morte. Il prigioniero invece è immortale in vita, in carne, la sua condizione è estesa fuori dalla vita, quindi, a quello che ho conosciuto io, anche fuori dalla morte. Ma è il tempo che fa la differenza: perfino il limbo che ha immaginato il poeta si scioglierà nel giorno del giudizio universale. Solo il prigioniero resterà prigioniero, dunque solo egli resterà.

Autrice Valeria Parrella. Fra i suoi romanzi: Ma quale amore (Rizzoli), Lo spazio bianco e Tempo d’imparare (Einaudi).

LA PRIMA VOLTA / CARCERE / sottovoce COLLOQUIO

DSCN2213Mi chiamo Slavisa, ho 43 anni,  nato nella ex Jugoslavia, detenuto presso la Casa di Reclusione di Padova con la pena dell’ergastolo. Io e la mia compagna abbiamo tre figli. Sono stato arrestato nel 2006 per la prima volta nella mia vita. Prima di arrivare a Padova ho vissuto nelle carceri dell’Italia meridionale. Come potete immaginare mi ero molto difficile avere dei colloqui con i miei famigliari, perciò nel 2007 ho chiesto un trasferimento per avvicinarmi loro, in Friuli. Nel 2011 da Palermo sono stato trasferito in provincia di Udine, presso la Casa Circondariale di Tolmezzo.
Per prima cosa ho avvertito subito la mia famiglia. Dopo un mese siamo riusciti a ottenere il primo colloquio. Il 4 agosto 2012 i miei figli e la mia compagna sono venuti a trovarmi. Quella mattina mi ero alzato molto presto e non facevo altro che pensare a loro, parlando da solo e cercando le parole giuste. Cosa dirgli, dopo otto anni che non li vedo?
È arrivato il momento. Gli agenti mi hanno chiamato. Il percorso fino alla sala colloqui mi sembrava lunghissimo. Mi sembrava di volare. Non posso spiegare come mi sentivo, non so come descriverlo, penso sia più facile disegnare in silenzio. Ecco, ci siamo, mi ripeto dentro di me, sono nella sala colloqui che aspetto. Sento il mio cuore che batte forte dentro il mio petto, tutum, tutum, tutum.
A quel punto si è aperta la porta, ed entrano subito due splendide ragazze. Dietro loro una donna con gli occhi gonfi e rossi, di quelli che hanno appena pianto. A chiudere la fila un uomo. In quell’attimo volevo urlare di gioia, volevo urlare fortissimo perché avevo male al petto. Sono cresciuti, la donna è invecchiata.
A questo punto mi sono ritrovato quasi incredulo, poi ho pensato che era meglio abbracciarli, con un grandissimo sorriso. Dopo i saluti ci siamo seduti a parlare per la prima volta. Dopo otto anni.
In quella confusione c’erano parole che avremmo voluto dirci, ma i sospiri eran quello che riuscivamo a darci. Mio figlio e la maggiore delle mie figlie mi chiedevano di tutto. La più piccola era silenziosa, mi parlava solo se le chiedevo qualcosa, pensavo fosse stanca per il viaggio.
Le quattro ore concesse dalla Direzione per il colloquio sono passate in un attimo, veloci come un lampo. A quel punto l’agente entra nella stanza e a voce alta comunica che la visita è terminata.
Ci siamo salutati con un lungo abbraccio e poi se ne sono andati.
Rientrando pian piano nella mia stanza, mi tenevo appoggiato al muro con i pensieri fissi ai bei momenti appena trascorsi.
Dopo un paio di giorni ho chiamato a casa per risentirli e chiedere come era andato il viaggio. Mi risponde la mia piccola: -Ciao, papà, come stai? E io rispondo che sto bene, a mia volta chiedo se è ancora stanca del viaggio. Lei mi risponde: -No, non sono stanca e anche in Italia non ero stanca.
Le chiedo perché, al contrario dei suoi fratelli, non mi aveva parlato al colloquio, ma non mi giungeva nessuna risposta. Riuscivo solo a sentire un sospiro lieve e umido. Allora ho capito che stava piangendo.
-Parlami, le dissi, e dopo qualche attimo mi esplose in faccia la verità: – Papà, io non ti conosco.
Non ho più avuto parole, né io e neppure lei, siamo rimasti in silenzio fino a quando si è interrotta la telefonata. Il tempo era scaduto.
Vi lascio riflettere. Spero che presto siano varate leggi che tutelino sia noi sia i nostri famigliari, per non perdere quel poco che ci è rimasto: l’affetto per chi amiamo, così almeno possiamo aggrapparci a una speranza, che si chiama famiglia. – S.D., 15.5.14

 

LUCERTOLE E BICICLETTE / UN PRETE IN CARCERE

Penultima lucertola a destra, il terzo libro di don Marco Pozza (Marietti Scuola, 2011) – Stefania Zanotto, marzo 2014
Privarsi di un attimo per cercare di capire, è cogliere la profondità della verità. Chi mai si è fermato a osservare un albero in inverno? L’inverno lo lascia spoglio, provato, stanco. In apparenza morto, finito, incapace del più piccolo germoglio. Ma ecco che alle prime carezze tiepide di primavera, si scoprono piccole gemme: possibilità per una nuova vita. Quale albero riesce a sfuggire al suo inverno? Quale non muore un po’, prima di riscoprire la vita? E quale uomo non sbaglia, prima di diventare un uomo migliore?
“Un ramo di ciliegio” ecco cosa vede il giovane don Ernesto, dietro le sbarre della penultima cella a destra, dietro la sconfitta di un uomo, Giulio Schiacciasassi, che dopo aver scontato la propria pena in carcere per un omicidio, ritorna alla vita pronto a una nuova primavera.
La vita di Giulio incrocerà quella di Luca, un giovane ragazzo del suo stesso paese che sogna di diventare un campione del ciclismo. Luca dedica anima e corpo al suo sogno per sopraffare il dolore della perdita del padre e alle mancanze della madre. Per lui la scuola è solo un insieme di regole che non capisce e non riesce a rispettare. Luca ha un modo tutto suo, creativo, di imparare, si sente “fuoriclasse” nella scuola e nella vita.
L’unica persona che cerca di andare oltre al suo comportamento e ai suoi voti a scuola, è Assunta, la sua maestra, che guarda dentro al suo cuore e cerca la chiave per interagire con lui. E la trova nel blog “tunonsaichisono”: l’altra faccia di Luca.
Quasi al traguardo del successo, Luca viene tradito dal suo idolo del ciclismo che cade nella trappola del doping. Luca deluso anche nell’orgoglio, abbandona la sua passione, il suo sogno, e si aggrega alla compagnia della lucertola: il gruppo dei ragazzi sbandati del paese.
La vita di quei ragazzi è il muretto, l’alcol, gli spinelli, le notti brave e i tatuaggi. Il tatuaggio: la lucertola, l’emblema di quel gruppo. La stessa lucertola che si farà tatuare anche Luca perché, parole del leader della compagnia: “la lucertola scatta se qualcosa le s’accende dentro”, e loro come quella lucertola, aspettano di scattare, basta solo che qualcuno trovi quel qualcosa che li accenda dentro. Una forma di ribellione, la loro, verso un paese, una scuola, un conformismo che divide il mondo in geni e somari, buoni e cattivi, santi e peccatori.
Durante la sua prima serata da lucertola, Luca, vinto in ogni aspetto della sua vita, reagisce con violenza alle offese di un uomo che tocca una ferita in lui profonda: la morte di suo padre.
Luca viene arrestato e finisce nella stessa cella (la penultima a destra) di quel Giulio Schiacciasassi, un mito per la compagnia della lucertola. Ma proprio dal paese che chiedeva giustizia per il tentato omicidio commesso da Luca, arriva la sua possibilità di riscatto. Perché: “i ragazzi sono uno, nessuno e centomila. Sono uno per chi pensa che la vita sia un tentativo di omologazione. Sono nessuno per chi dice “i giovani sono il futuro” ma ruba loro il presente. Sono centomila per chi accetta di scendere nel loro cuore e allenarsi ad educarli”. E soprattutto perché: “se sbagli paghi, ma ti rimetto in piedi!”, parole di Assunta, inaspettata protagonista di questa storia. Lo stesso paese, Fossa delle lucertole, dove la vecchia giunta comunale dei Dinosauri è lì da centocinquant’anni, troverà il suo riscatto grazie ad Assunta che aiuterà don Ernesto e un nuovo futuro sindaco – entrambi giovani, coraggiosi e suoi alunni di penultima fila – ad attivare un campagna elettorale creativa e vincente con una giunta composta esclusivamente da gente priva di raccomandazioni e fama, gente da penultima fila insomma.

Un viaggio ricco di attualità e tanta immaginazione – sì, perché ce n’è tanta in questo libro e oggi più che mai ne abbiamo bisogno – che porta a una conclusione per niente scontata chi si priva di un attimo e coglie la profondità di questa storia: “la penultima posizione è quella ideale per chi sogna la rimonta (…) Sconfiggendo i dinosauri con la leggerezza delle farfalle” – S.Z.

Don Marco Pozza (Calvene, Vicenza,1979) sacerdote cattolico, scrittore e giornalista. Dal 17 settembre 2011 è cappellano presso il carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova e tiene conferenze ed incontri in tutta Italia, in particolare nelle scuole e nelle parrocchie. Editorialista di “Avvenire”, collabora col “Mattino di Padova” e “L’Altopiano” (Giornale dell’Altopiano di Asiago), ha fondato e gestisce un sito internet sua “parrocchia virtuale”, nel quale commenta il Vangelo ed i fatti di cronaca. Ha scritto alcuni libri sia di narrativa sia di divulgazione religiosa – Ordinato sacerdote il 6 giugno 2004 dal vescovo di Padova Antonio Mattiazzo, dopo l’ordinazione diventa vicario parrocchiale presso la parrocchia della Sacra Famiglia in Padova. Colpito dall’assenza di fedeli durante le celebrazioni eucaristiche, decide di incontrare durante l’ora dell’aperitivo ragazzi e studenti direttamente nei locali della città: per questo motivo viene soprannominato Don Spritz. – Grazie alla sua opera di evangelizzazione presso i giovani è invitato e intervistato dai media sui temi della crisi e religiosità dei nostri giorni. – Appassionato sportivo e maratoneta amatoriale, dallo sport (anche il ciclismo) prende spunto per porre delle riflessioni sulla vita e proporre soluzioni. – Nel dicembre 2013 consegue il dottorato in Teologia Fondamentale alla Gregoriana (Roma) con una tesi sul rapporto tra letteratura, teologia e immaginazione a partire dal libro postumo di Antoine de Saint-Exupéry, la “Cittadella”, insieme di riflessioni e appunti sparsi (da Wikipedia rivisitato, 26.3.14 – A.F.)

CREDIBILITÀ DIETRO LE SBARRE?

UNA LETTERA AL GRUPPO: ABBIAMO ANCORA CREDIBILITÀ? Al Gruppo di Scrittura esce la vita, la vita prima del carcere e soprattutto il famoso deragliamento di cui si parla nell’altra ala della rivista “Ristretti”. Qualcuno comincia a rompere il ghiaccio: si parla esplicitamente delle scelte che han portato in carcere. Ci sono due ordini di ammissioni: 1) mi sono fatto trascinare dall’ambiente, 2) ho voluto delinquere. Entrambi ammettono all’inizio di tutto una scelta precisa di volontà: voglio fare qualche cosa contro. Perché? questo è ancora un mistero. Non si arriva ancora alla risposta. Ma scrivere significa anche cercarla, assieme. Così i racconti proposti diventano lettere al Gruppo di Scrittura. Riflessioni diverse sulla propria vita passata, narrazioni più che racconti in senso proprio e modi diversi di raccontare e di riflettere. Esperienze diversissime, eppure confluenti. Hanno meditato, scritto, portato i testi. E ora li leggiamo. La lettura farà vivere i pensieri. La lettura ad alta voce darà spazio alle loro parole nel gruppo. Questo avveniva giovedì 20 marzo 2014. La prima narrazione-lettera, è di Giorgio, cui ha dato come titolo la domanda: “Essere creduti dalle istituzioni, dopo aver sbagliato più volte, è ancor possibile?” In realtà si chiede: perché mi è accaduto? E alla fine della sua lettura (Giorgio legge, altri preferiscono di no), cerchiamo di chiedergli e di dialogare.

Sarebbe stato bello nascere già grandi e nell’ultima parte della vita tornare giovani: non avrei sofferto a causa delle scelte di vita sbagliate.
Una di queste sicuramente è l’aver interrotto gli studi troppo giovane: solo ora, confrontandomi con il mio passato, capisco quale importanza avrebbe avuto nella mia vita.
E la grande sofferenza della mia fantastica compagna, che mi e stata vicina per 30 anni e che tutt’ora crede ancora al mio cambiamento. E i miei due figli, privati per anni della figura del padre.
Sarebbe stato meraviglioso nascere già grande: tutte queste sofferenze molto probabilmente non sarei qui a raccontarle.

Fin da giovane il mio sogno era la famiglia, avere dei figli, una compagna, che avrei amato tutta la vita. I miei genitori mi avevano insegnato a essere educato e umile verso gli altri. Ricordo volentieri una frase che mio padre mi diceva spesso: “una persona diventa inutile se non conosce l’umiltà”.
Credo di aver avuto un buon padre. Parlava pochissimo, mai a vanvera, pesava tutto. Mia madre era una persona più semplice, ma aveva un cuore grande. Si sono amati per tutta la vita. Mi ritengo una persona fortunata di aver avuto due genitori fantastici.
Vivevo in una famiglia benestante, non avevo certo bisogno di fare rapine per vivere. Mi sono chiesto per tanti anni perché non ho potuto essere una persona come tante altre. Non sono mai riuscito ad arrivare a nessuna risposta, se non quella di nascere già grande per non commettere gli errori che si fanno da giovani.
E oggi così, se qualcuno mi chiedesse perché facevo rapine, gli risponderei che non lo so.
Non ho mai dato la colpa di tutto questo alle solite chiacchere che si sentono anche in carcere: il posto dove sei nato, l’amico che ti ha chiesto, le disgrazie in famiglia e tante altre balle! Non è così: gli esseri umani (me compreso) sono perfettamente in grado di capire intellettualmente dove si trovano il bene e il male, sia per loro che per gli altri, ma ad un certo punto cominciano e poi continuano a commettere gli stessi errori. È difficile da accettare, ma è così. Nessuno mi ha puntato un’arma in testa per farmi compiere dei reati: ho sempre deciso con piena coscienza. Sicuramente, data allora la mia giovane età, quando ho commesso il mio primo reato non immaginavo il rischio cui andavo incontro, e tutte le conseguenze negative future che mi attendevano. Dalla vita avevo tutto quello che mi serviva.
Una cosa rimpiango molto e la ripeto: non aver continuato gli studi. Forse, dico forse, non avrei intrapreso la strada da rapinatore. Certo, fino all’età di 18 anni fare il rapinatore non era quello che desideravo. Avevo vissuto una bellissima infanzia. La mia meta sin da piccolo era quella di entrare alla grande nel mondo dell’edilizia, mio fratello aveva una ditta edile, mio padre svolgeva anche lui questa attività: non vedevo l’ora di compiere 14 anni per poter cominciare a lavorare.
Mi son voluti 30 anni per rendermi conto che la vita è un dono meraviglioso.

Il mio sogno era cominciato nel 1976, anno del libretto di lavoro: lavoravo sodo ma mi piaceva, lavorare non mi pesava, anzi, era per me una grossa soddisfazione.
Ma ecco, dopo cinque anni, la mia vita cambiò totalmente: nel gennaio 1981 varco le porte del carcere per la prima volta, avevo 18 anni. Per i miei genitori è stato un durissimo colpo, pensavo a mio padre che mi aveva sempre insegnato l’onestà.
In quegli anni il sistema carcerario non era certo quello di adesso, sia per il modo di scontare la pena, sia per il tipo di persone allora detenute. La Legge Gozzini era allora un sogno ancora nel cassetto, ti sbattevano da un carcere all’altro e le proteste dei detenuti erano l’ordine del giorno, non avevamo nulla da perdere a farlo.
Il mio primo impatto con il carcere direi che è stato abbastanza crudele: nel giro di 6 mesi mi hanno fatto girare 5 carceri, con il piacere finale di essere trasferito definitivamente nel carcere dell’Asinara, sicuramente, allora, un posto non adatto per una persona che per la prima volta in vita provava il carcere. Erano gli anni degli omicidi in carcere, delle proteste molto dure, in certe carceri c’era pure un codice da rispettare altrimenti non avevi scampo di sopravvivenza
Non potrò mai dimenticare il primo giorno che arrivai a L’Asinara. Prima di farmi entrare in diramazione (sezione) il comandante mi fece l’interrogatorio: mi chiese a chi appartenessi. Non riuscivo a capire a cosa si stava riferendo. Mi chiese se appartenevo a qualche famiglia. Capii allora a cosa alludeva e sorridendo gli risposi: -Sì, appartengo alla famiglia dei polentoni. Si mise a ridere.
Non erano anni simpatici: nelle carceri esistevano vere e proprie guerre. All’Asinara ci feci 2 anni e mezzo. Nell’agosto 1983 il Magistrato di Sorveglianza mi concede la liberazione condizionale. Giurai a me stesso che non avrei mai più varcato la porta di un carcere, dimenticandomi purtroppo che quando si è giovani, e così stupidi, si continua a commettere gli stessi errori.
Una volta fuori, iniziai nuovamente a lavorare. Fortunatamente la mia grande soddisfazione era il lavoro. Mi trovo una compagna, cerco di dimenticare gli anni di carcere. Nel 1988 ho già due figli, non mi manca nulla, sono innamoratissimo della mia famiglia, il lavoro va a gonfie vele, insomma tutto funziona a meraviglia.

Ancora oggi mi chiedo come una persona possa tornare a delinquere dopo aver avuto tutto quello che desiderava. Lo dico perché questo è accaduto: nel 1991 torno a commettere una rapina, in territorio austriaco. Vengo arrestato lo stesso giorno. Ho pensato subito alla mia compagna e ai miei due figli: ero riuscito a distruggere un sogno meraviglioso.
La condanna fu pesantissima: 10 anni. Per mia fortuna, la mia compagna mi è sempre vicina, portandomi a colloquio i figli due volte al mese. Il carcere austriaco in quegli anni era durissimo. Nel 1994, dopo quasi 4 anni, riesco ad ottenere il trasferimento in Italia per scontare il resto della pena e vengo trasferito al carcere di Padova. Nel 1996 comincio ad uscire in permesso premio. Ero riuscito a salvare la mia famiglia – e la mia famiglia non mi aveva abbandonato: questo mi dava fiducia ancora una volta per il mio futuro. Nel carcere di Padova mi trovo bene. Prima faccio un periodo come volontario bibliotecario; alcuni mesi dopo come volontario per assistere pazienti colpiti da distrofia muscolare; nel 1997 usufruisco della semilibertà, lavoro sempre nel campo dell’edilizia; nel 1998 mi viene concesso l’affidamento in prova ai Servizi Sociali; nel 1999 termino di scontare la pena e torno libero.
Mi dedico anima e corpo al mondo del lavoro e alla mia famiglia. Nel 2002 vengo assunto da una grossa ditta di costruzioni con mansione di responsabile di cantiere, la paga è alta, mi dà modo di vivere bene, lavoro in varie zone del nord Italia, il lavoro va bene ed il mio rapporto con la mia famiglia è tornato alle stelle, ma… ma la tentazione di commettere altre rapine era nell’aria.
Il 2005 è stato l’anno decisivo per rendermi conto che non avevo più spazio né motivo per commettere altri reati: durante una rapina muore un mio Amico. Giurai a me stesso che non avrei mai più commesso un reato. Ero arrivato al famoso bivio!
La giustizia nel febbraio 2006 viene a bussare alle porte di casa per un reato commesso nel 1991. Mi arrestano. Farò solo un mese, in quanto il tribunale del riesame mi scarcera perché si tratta di un reato di 15 anni addietro e non c’è più la pericolosità di reiterare il reato. Nel frattempo svolgo sempre il mio lavoro, fino al 2010 quando la sentenza per questo reato diventa irrevocabile. Nell’aprile 2010 quindi mi costituisco in carcere: non volevo avere nessun debito con la giustizia. Avevo già preso la mia saggia decisione, dopo la morte del mio amico. Nell’ottobre 2010 mi verrà concessa la semilibertà, continuo il mio lavoro. A dicembre, sempre 2010, finisco di scontare la pena.
Avevo ancora un debito con la giustizia in merito alla rapina in cui aveva perso la vita il mio amico. Così, nel 2011, vengo condannato in primo grado, nel 2012 in appello. Nel frattempo continuo a lavorare, finché nel maggio 2013 la Cassazione conferma la condanna: ero già preparato e convinto di poter saldare l’ultimo mio debito. Mi costituisco di nuovo presso il Carcere di Padova per concludere definitivamente con un passato che non mi appartiene più. Peccato che per capirlo ci son voluti 30 anni.

In questi mesi di carcere mi sono chiesto più volte quale sia l’interesse a dimostrare a qualcuno del mondo esterno che una volta fuori non commetterò più reati: me lo chiedo perché so per certo che non sarò mai creduto. Purtroppo, non conosco neanche il modo per poterlo fare.
Mi faccio anche un’altra domanda: con quale diritto io chiedo aiuto alle Istituzioni, dopo aver tradito la loro fiducia più volte. Siamo così sicuri che l’art. 27 della Costituzione sia un diritto acquisito, per sempre, da persone che per tanti anni hanno commesso reati e mentito alle Istituzioni?
Il pianeta carcere non appartiene al mondo esterno. È un mondo separato. Il mio passato ha fatto sì che la società esterna si dimenticasse dei miei diritti. Del resto, spesso e volentieri io stesso li ho calpestati, prima con i reati e poi con un rapporto ottuso, demagogico ed egoista, contrario al dialogo. Finché in passato continuavo a mentire alle istituzioni, mi era impossibile dimostrare la buona volontà di volermi reinserire.
Detto ciò, continuo a farmi quella domanda, senza però riuscire a trovare risposta: persone che come me per tanti anni hanno commesso reati, hanno mentito alle Istituzioni (e queste mi abbiano dato più di una possibilità) come possono essere credute?
Persone che, arrivate al famoso bivio, decidono definitivamente di chiudere con un passato negativo estremo, stanche di mentire, in quale modo possono dare garanzie di credibilità al mondo esterno? Chi pensa di conoscere una qualche risposta si faccia avanti!
Giorgio, Padova, febbraio 2014

MENTOR NON MENTE E RACCONTA

Mi chiamo Mentor R. e sono nato in Albania nel settembre ’85. Come la maggior parte dei miei concittadini, sono cresciuto un po‘ troppo in fretta: come ben si sa, nel mio Paese molte persone, o comunque una buon parte, desideravano farsi una vita altrove, cercando di dimenticare le problematiche che ci portavamo dietro dopo gli anni del Comunismo e dopo la guerra. Ho iniziato a cullare l’idea di andare via quando ero ancora un ragazzino, vedendo partire gli altri ragazzi del mio Paese: ho così deciso un bel giorno di cercare una vita migliore, in Italia. Ho provato più di una volta, però senza successo, salendo su una nave che salpava da Durazzo: appena arrivato, venivo rispedito indietro dalle autorità, perché ero troppo piccolo e sprovvisto di documenti. Fin quando, insieme a due miei amici, restando  nascosto in un camion, riesco ad eludere i controlli e ad arrivare.

 I miei primi pensieri andavano alla mia Famiglia, che ignara di tutto mi cercava, senza sapere che io ero scappato in Italia. Così ho chiamato un mio parente che mi ha aiutato con i documenti e a trovarmi un lavoro, onesto. Ed è così che volevo fosse la mia vita, con un lavoro decente, in modo da poter aiutare me stesso, ma soprattutto i miei. Andava tutto bene, riuscivo a lavorare e qualche volta anche a divertirmi.  Sembrava davvero che la mia vita stesse cambiando.

Fino a quando ho iniziato a frequentare locali, a far tardi la notte, bevendo alcool e cominciando a fare uso di cocaina, trovandomi a un certo punto senza più lavoro! La droga, come tutti sanno, le prime volte sembra renderti onnipotente: credevo di poter riuscire a far tutto senza bisogno di lavorare… Avevo cominciato i nfatti a spacciare. Spacciavo, ma soprattutto ne facevo uso, un uso così sproporzionato che mi portava pian piano ad allontanarmi dalla vita reale e dai miei princìpi, senza curarmi più di  niente e di nessuno: mi sentivo grande ma era l’inizio della fine!

 Avevo tanti “amici”: ho usato le virgolette per far capire che quando ti trovi in certe situazioni è facile avere persone vicino, ma quella non è amicizia, è solo “convenienza”. Infatti, quando mi hanno arrestato, mi sono trovato solo e tutte le persone che prima mi circondavano perché avevo coca e soldi, non mi hanno scritto nemmeno una lettera per sapere come stavo. Adesso sto scontando la mia pena con la consapevolezza di quanto ho sbagliato. Spero con tutto me stesso di riprendere la mia vita per mano e rimetterla sulla retta via per poter così un giorno tornare ad abbracciare la mia famiglia, che non vedo da dieci anni. Un pensiero voglio rivolgerlo a questo Gruppo di Scrittura del quale faccio parte e grazie al quale riesco adesso a relazionarmi meglio con le persone.  –

Padova, 7 marzo 2014 – racconto presetnato al Gruppo di Scrittura (Carcere Due Palazzi, Padova)