ANDREA DI STRADA E DI DROGA / UN ROMANZO DAL CARCERE

 

Andrea è un giovane come tanti che si avvicina al mondo della droga, ma presto cade nella spirale della tossicodipendenza diventando vittima e protagonista di avvenimenti sempre più drammatici, fino a commettere un omicidio. Finisce in carcere e conosce un mondo nascosto alla realtà, un mondo fatto di solidarietà fra uomini che condividono un destino duro e spietato. Un profondo lavoro di introspezione diventa dunque il suo riscatto: attraverso un difficile percorso di autocoscienza si trova a dialogare con i propri limiti, rivoluzionando la propria esistenza. Una storia dura sulla vita in carcere, senza fronzoli, che s’inserisce nella miglior tradizione del romanzo verità.

Andrea Di Strada è nato nel 1974 nella provincia di Padova.
Nel 1997 fa parte del gruppo fondatore della redazione di Ristretti Orizzonti, rivista bimestrale realizzata all’interno della Casa di Reclusione di Padova, e dell’associazione Granello di Senape. Dopo aver collaborato per anni alla realizzazione della rivista Ristretti Orizzonti, oggi Andrea è responsabile dello Sportello Avvocato di Strada.
© http://www.ristretti.it/commenti/2013/febbraio/pdf3/libro_andrea.pdf

RACCONTO / IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Padova Z.I. 2013

Padova Z.I. 2013

Paolo mi ha dato il testo per il corso di scrittura. E mi ha dato anche il titolo: Il primo giorno di scuola. Mi ha consegnato il testo un giovedì, al corso di scrittura, appunto, era il 20 febbraio, lo ricordo bene, come fosse ora. Me lo dà in silenzio, me lo passa come si dà un foglietto a scuola, oggi si dice un pizzino. L’ho letto a casa, riletto, pensando al nostro Gruppo. E, come fanno tutte le riviste, l’ho rivisto, ma solo qua e là. Ed eccolo qua, il racconto di Paolo. Questa riscrittura non è un atto di maleducazione o di violenza: lo si fa abitualmente con tutti gli articoli che portate alla Redazione della Rivista «Ristretti Orizzonti». O che portate qui al Gruppo. Niente di particolare, in realtà, qualche parola spostata, qualche virgola in più. Perché Paolo sa raccontare bene. Il bello è che l’ho letto al Gruppo, presente Paolo, e poi lui l’ha raccontato a voce, e ci ha messo un’anima nuova e lì si vede e si sente il narratore isolano, il pastore sardo nel prato sotto il cielo o sull’aia davanti a casa, sotto il pergolo a raccontare. Il titolo trae in inganno, come la realtà. Ma questa volta era davvero la prima volta. Un ritorno a scuola, quando tutti ascoltano la maestra e a te, accidenti, ti viene da andare in bagno. Scusi, maestra. Che c’è? Dovrei uscire? E perché? Dovrei andare in bagno. In bagno? Sì. Posso? E va bene, ma fai presto. Non è andata così, ma quasi… A.F.

Dopo circa un ventennio di detenzione, il 14 febbraio di quest’anno sono uscito per un “permesso giornaliero”. Si trattava di partecipare al «Progetto Scuola Carcere», che, come ormai tanti sanno, consiste in questo: alcuni detenuti possono fruire, appunto, di alcune ore di permesso, di uscita, per incontrare gli studenti a scuola; oppure sono gli studenti che possono entrare in carcere per incontrare noialtri detenuti.
Noi di «Ristretti Orizzonti» di studenti ne incontriamo oltre seimila l’anno. Dico noi, intendendo la Redazione. Per quanto mi riguarda, a questi incontri avevo già partecipato prima, ma solo in carcere. Col permesso di uscita ho fatto dunque un’esperienza nuova.
Venendo al “primo in esterno”, oltre alla spietata paura che tutti si ha quando si esce la prima volta, dopo lunghissimi anni, in me incombeva anche un altro tipo di paura, quello di incontrare gli studenti a “casa loro”. A casa loro però, forse uno si sente più protetto, ma questo era solo un mio vago pensiero.
Finalmente, dopo ansia e immaginazioni di ogni tipo, io e gli altri in permesso siamo entrati in aula. L’accoglienza era usuale a quelle che si provano negli incontri con le scuole in carcere. Questa ritrovata sensazione quindi mi ha permesso subito di “respirare” con più facilità.
Tutto dunque andava bene, racconti, risposte, fatte con quella forma civile che a me non apparteneva più da anni. Ho cercato di spiegare il progetto in cui siamo inseriti, il recupero, il cammino e così via.
A un certo punto della “lezione” ho avuto bisogno dei servizi igienici. Alzo la mano e chiedo di poter fruire del bagno. Nell’aula silenzio totale. Ho sentito freddo, ho immaginato che gli altri, tutti?, avrebbero pensato “’mo quello scappa dalla finestra”. Timorosamente mi sono avviato. Ho fatto ciò che dovevo. Mi stavo lavando le mani quando a un certo punto sul lavandino del bagno vedo un anello, bell’anello. Descrivere questo momento mi viene quasi impossibile, come descrivere il terrore non è facile. Per qualsiasi cittadino onesto sarebbe stato chiaro sapere cosa fare. Io lì per lì non sapevo proprio che pesci pigliare. Buttarlo nel water? Pensavo fosse una trappola per mettermi alla prova. Ci sono rimasto male. Poi ho pensato l’ovvio, prenderlo e consegnarlo alle professoresse, là dove stavamo facendo l’incontro. Ma mi sono detto: e se durante il tragitto arriva qualcuno? mi avrebbe fermato e mi avrebbe chiesto spiegazioni.
A quel punto ho accumulato tutta la mia forza e come un deficiente, ma dopo dieci minuti, sono uscito dal bagno, con l’anello sulla punta delle dita e il braccio alzato come un cretino. Corro in classe, entro, poso l’anello sulla cattedra. Ho detto: -Non sono scappato e ho pure trovato un anello. Un fragorio di applausi, risate e ringraziamenti pervade l’aula, ma credo anche la scuola.
Mi sono sentito bene, mi sono sentito leggero, mi sono sentito quello che speravo fossi diventato. Ma mi sono reso conto che il diavolo è sempre dietro l’angolo! La giornata proseguiva e io pensavo spesso a quel particolare, ero fiero di me.
Ci stavamo avviando a una trattoria per mangiare qualcosa. In una stradina stretta vedo una signora che dal bagagliaio della sua auto scarica delle sedie pieghevoli, faceva fatica. Così mi sono avvicinato per darle una mano, ho preso qualche sedia e gliele ho portate sino all’uscio, presumo di casa. Quando ho visto che stava infilando la chiave nella serratura (questa è la seconda paura) sono scappato via. Mi son detto: “Porca miseria magari penserà che voglio rubarle in casa”. Mentre invece quella mi riempiva di ringraziamenti infiniti.
Queste sono due delle tante paure (ma tante altre ci sono) che s’incontrano quando un detenuto esce così, all’improvviso, dopo tanto, senza un avvicinamento graduale alla società.
Aspetto le prossime paure, ma con la determinazione di poterle superare.
Un cittadino sardo.
Paolo C., Padova, 20.2.14

LESSICO / IDENTIFICARE, ESPELLERE

Cortile di Palazzo Roverella, Rovigo, 23 febbraio 2014

Cortile di Palazzo Roverella, Rovigo, 23 febbraio 2014

I CIE (centri di identificazione ed espulsione), sono strutture previste dalla legge italiana istituite per trattenere gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera”. Nell’ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui se non a seguito della violazione di norme penali. A tutt’oggi i soggetti prigionieri nei CIE possono non essere considerati veri e propri detenuti? Come afferma anche Amnesty International molte volte i detenuti sono sistemati in container e in altri tipi di alloggi inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme, in condizioni di sovraffollamento.

DA http://social.tiscali.it/webseries/Liberidiraccontare/
(la prima serie web ambientata nelle carceri italiane)

ANIMALI IN GABBIA / RAGNI

Omaggio a Dino Buzzati

Havana, 27 luglio 2010

RAGNI E PAROLE IN CELLA – ECHI DAL CORSO DI SCRITTURA

Al corso di scrittura si parla anche di animali, quelli trattati meglio di noi detenuti o quelli che animano i nostri spazi, le celle. E allora si scrive anche di quelli. Racconti e pensieri su animali domestici, addomesticati. No, semplicemente liberi. Perché inconsci del loro stare chiusi, lavoratori indefessi instancabili rispettando la loro legge scritta chissà dove e da chi.

Per scrivere al nostro corso si danno sempre delle idee, degli spunti di partenza, dei testi-starter. Per esempio un racconto, anche orale nostro o di autore (da qualche libro) o pensato apposta per far partire la narrazione, un testo esca, uno spunto, una spinta (penso allo spinterogeno). E il gioco della scrittura non finisce, come quello del pensare. Parola dà parola, pensiero dà pensiero. Una parola tira l’altra. Per questo bisogna dare la parola, perché nessuno resti senza parola. E parola detta, sasso gettato. Si tira, a volte non si tira indietro, e tirata non si ritira più, ma si può correggere però.

TESTO STARTER
Sono sotto la doccia. L’occhio intercetta qualcosa che si muove verso a tenda. Un ragno sulla mattonella. Mi rendo conto che siamo in due. L’istinto di schiacciarlo c’è. Non lo faccio. Perché?

QUASI UN LIMERIK
Il professore va di fretta, va a farsi a doccia, vede un ragno, ma, non avendo tempo, anche se l’istinto è di schiacciarlo, continua a lavarsi… Il ragno scivola, finisce giù nello scarico della doccia. Forse il ragno sopravviverà. Non è stato schiacciato, in quanto il professore andava di fretta. Ervis

PER FORTUNA
Il ragno non viene schiacciato. Sopravvive, grazie al buon senso dell’essere umano. Per prima cosa non viene schiacciato, ma raccolto e messo nella condizione di trovare un altro posto per fare la sua ragnatela, per la sua sopravvivenza. Poi l’essere umano, con molta intelligenza, non lo ha schiacciato per non crearsi del lavoro inutile: se colpisce o schiaccia il ragno, poi deve anche pulire la doccia.
Poi, si deve pensare che, in questa era moderna, quasi tutti hanno una mentalità dell’ultima ora, e non si preoccupano che anche certi insetti o animali devono esistere e sopravvivere per il nostro sistema di vita e per l’ambiente. Tutto ciò forse è questione di buon senso e di saggezza. Angelo

CONVIVENZA SANA
Sono steso sul letto. L’occhio intercetta qualcosa che si muove sul muro: un ragno. Mi rendo conto che non ero in cella da solo. Mi giro verso Tarak e gli dico: -Hai visto che abbiamo un altro compagno? Cosa facciamo? Lo accettiamo e vediamo come si comporta? Abbiamo deciso di lasciarlo perché non dà fastidio, siccome non abbiamo la fobia verso di lui e non c’era neanche la voglia di ucciderlo. Perché, pensandoci bene, c’è un motivo nella sua visita o per trovare terreno di caccia o un posto caldo per passare la notte. Comunque mi diverto a osservarlo che passeggia avanti e indietro. Volevo capire qual era la sua intenzione. Alla fine mollo per un po’ di tempo e non mi accorgo dove si è nascosto. Ma sono sicuro che farà qualcosa di utile in cella, perché è un predatore e così almeno riesce a cacciare gli insetti che entrano, come le zanzare, che ci danno tanto fastidio. E pensandoci bene, è una convivenza strana ma sana, perché uno aiuta l’altro e la vita è un diritto per tutti. Come si dice: la vita è un teatro, ognuno ha il suo ruolo e tutti sono indispensabili per l’altro. Sofiane

OGGI IN DOCCIA
Oggi mi trovo in doccia e causalmente vedo un ragno. Per la testa mi passano tante idee, ma l’idea più bella mi viene di tenerlo vicino e così faccio. Lo prendo anche con un po’ di paura. Ma sono consapevole che non è un ragno velenoso. Mi trovo in isolamento e non so con chi parlare. Parlare per me è un’occasione fondamentale e un passatempo perché parlo quasi in ogni momento: non sono stupido, ma non so con chi parlare, poi sono un detenuto e penso alla mia libertà e non vorrei privarlo anche della sua. Non mi permetterei mai di tenere come ostaggio qualcuno, perché penso ogni momento alla mia. Anzi ora mi viene di mantenerlo in vita, perché è anche un passatempo, devo pur parlare con qualcuno. Comunque è libero di andarsene quando vuole. Lo lascio libero di decidere. D’altra parte mi dispiacerebbe, perché ho bisogno di compagnia, mi sento solo. Ecco, in questo momento sto pensando alla mia carcerazione, paragonandomi al ragno. Mi rendo conto com’è difficile pensare di poter tenere rinchiuso un ragno. Figuriamoci un essere umano. L’ingiustizia c’è dappertutto ma non per tutti. Sono sicuro che se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi. In un modo giusto, umano. Roland

QUESTIONI DI PAROLE / LA ESSE

Barre o sbarre? barrare un testo, sbarrare una strada. La esse si è aggiunta nel tempo o secondo i luoggi, a rafforzare: come cancellare e scancellare. Uno lecito l’altro di scuola. Ma chiudo i cancelli e rafforzo le sbarre. La esse si è diffusa su tutte le barre e ora sono dietro le sbarre e dietro i cancelli. Il cancelliere mi sbarra, il cancello è una barra davanti a noi. E il testo cancellato si annulla, e le parole sbarrate si evidenziano. Esse rafforzativa, esse viva, la mia vita a sbarre mi scancella dalla terra. Vorrei sterrare questa mia pietra, cancellare l’erba e il badile, e invece sprofondo, sconfino, sbando.

LA CUCINA SCOPPIA / LUCA

la particolarità del “racconto” è data dalla alternanza di ricetta e racconto al presente, in prima persona. Così la ricetta diventa un racconto ad alta voce e il racconto acquista la presa diretta, confondendo a volte le voci, quella narrante e quella autobiografica (ricetta). Ma mentre in cucina è un orgasmo di profumi e sensazioni in crescendo, ‘di là’ avviene, a contrasto, qualche cosa di ineluttabile e negativo. A volte le narrazioni si fondono o confondono o sovrappongono o affiancano, una a commento dell’altra. L’a capo frequente sottolinea i passaggi

Un ultimo risotto.

Ho scelto il riso Pasini.

Il mio preferito.

Poi la padella, quella con il manico singolo.

Di champagne né e avanzata quasi una bottiglia.

Ieri sera non c’era tanto da festeggiare.

Olio extravergine e la cipolla tagliata fine ad imbiondire.

Dalla camera giunge il rumore di ante che sbattono.

Ora il riso e quindi lo champagne, in un orgasmo di vapori, effluvi e sbuffi.

Il brodo dì pesce e i crostacei lunghi da cuocere.

Ogni cosa a suo tempo, dicevi.

Né troppo tardi né troppo presto.

Per non sbagliare ancora seguo la cottura e rimesto il tutto con frequenza.

Giungono ora dalla stanza passi veloci, prima felpati e poi il ticchettio dei tacchi.

Adesso il pesce.

Più morbido, quindi più veloce a prepararsi.

Voglio rispettare i tempi questa volta.

Il  risotto non sa aspettare: scuoce.

Vicino alla porta il tonfo di una grossa valigia. Pronta.

La fiamma è spenta! (1)

Per mantecare il riso, poco burro ed un ultimo tentativo di champagne.

Come il biglietto sull’uscio, vicino alla valigia:

“Resta almeno per cena”.

 (1) Vedi LA CANZONE DEL SOLE di Lucio Battisti (1971)

Esercizio: scrivere un breve testo (dialogo, lettera, descrizione, riflessione, introspezione…)  sul prima o sul dopo la “ricetta” narrata sopra.


[1] Nella prima redazione: “Pronta”, maiuscolo.

COSTITUZIONE PER TUTTI / VALERIO ONIDA AI DUE PALAZZI

DIstrazione

ONIDALa voce di Valerio Onida (Presidente emerito della Corte Costituzionale) sussurra nel teatro dei Carcere Due Palazzi, Padova. Parla in confidenza, sembra un nonno tra nipoti,  gira spesso la testa a destra e a sinistra per guardare le persone sulle gradinate, cento detenuti, alcuni giovani magistrati, docenti di scuola superiore, volontari. L’incontro è stato organizzato dalla rivista “Ristretti Orizzoni”. Rivista è dire poco, dal momento che sotto l’ombrello Ristretti avvengono fatti e nascono testi importanti in questi anni di riflessione sul carcere, il rapporto con le vittime, la detenzione che ricade sulle famiglie. L’incontro verte sul senso della pena alla luce della Costituzione (artt. 1, 3 e soprattutto 27), soprattutto il senso dell’ergastolo. Dopo di lui il prof. Andrea Puggiotto (docente di Diritto Costituzionale, Giustizia Costituzionale, Università di Ferrara). Mi fermo per ora sulle  parole profonde, lente, a volte bisbigliate del Presidente: concetti forti e dirompenti, se imboccano la via della riflessione e tentata applicazione a livello politico o amministrativo. Gira attorno al senso della pena nella società, partendo dalla base: lo Stato deve difendere il cittadino e impedire il reiterarsi della colpa. L’art. 27 della Costituzione parla di rieducazione del detenuto: parola brutta che sa di regìmi, oggi sostituibile con “risocializzazione”. Non c’è una garanzia assoluta che sia possibile, come di nessuno sappiamo se domani sarà conforme alle regole. E il carcere è l’unica pena? Ma la società tutta scommette perché  crede che l’uomo  non  sia mai irrecuperabile: lo dice, non per ottimismo ma per convinzione: non c’è delinquenza per tendenza. Quindi il carcere non è vendetta è un interesse della società italiana, che (art. 1) si basa sul lavoro: di qui il lavoro come recupero della persona. La pena dunque serve se aiuta la persona a superare le condizioni della colpa.